Pugni chiusi

Sono reduce dal concerto del grande Francesco Guccini.
Non l’ho atteso con trepidazione, non ho contato i giorni che mancavano alla serata, non mi sono canticchiato le canzoni nei giorni precedenti, emozioni e riti che mi ricordo osservavo alla vigilia di un concerto.
Ma ci tenevo d’essere presente all’incontro con un dispensatore di emozioni del suo calibro.

Il sentimento che più mi ha pervaso durante il concerto è stata la nostalgia, forse è stato il sentimento comune a tutte le teste incanutite (anche quelle delle tinte celanti delle signore) che erano presenti all’evento.
Non la nostalgia «di quei tempi là», ma per come mi sento cambiato, essere cosciente di aver detto addio al ragazzo che ero, quando “canzone per un’amica”, “il frate”, “incontro” (che, ahime, non ha cantato) si sostituivano al sangue e mi circolavano nelle vene, erano essenze di vita, ora sono una tenera carezza.

E poi lui, rivederlo su un palco per la terza volta a distanza di anni, la prima volta è stato nel 1984, in quel di Bologna (la foto del pubblico in piazza Maggiore a Bologna, che fa da copertina a “fra la via Emilia e il west”, deve aver colto in quei tanti puntini anche la mia testa castana di allora, con trenta chili in meno), poi a metà degli anni ’90 a Bassano e ieri sera a Jesolo, mi ha dato il senso del tempo che passa, altro tema che gli è caro.
Cammina con il passo un po’ stanco degli anziani, ma pur sempre grintoso, capace di dominare la scena, libero di fare e dire quel che gli pare, tanto da presentarsi sul palco e cominciare a raccontare, come se fosse stato davanti a una ristretta cerchia di amici al bar, sciorinare i suoi pensieri senza fretta prima di imbracciare la chitarra e cominciare con “canzone per un’amica”. Credo che sia l’unico cantante a cui il pubblico concede di aprire un concerto raccontando e raccontandosi. E il narrare poi, era diverso, non aveva più la grinta giovanile, ma emanava il calore del focolare, esclusiva dei vecchi, che da un avverbio, un sostantivo, un sospiro, pescano nei loro ricordi e raccontano le loro storie, e mentre lo fanno altre si accavallano e vorrebbero consegnarcele tutte.

Per due ore e mezza ci ha intrattenuto con il piacere di vivere una serata tra amici con lambrusco e salame, ha concluso cantando l’ultima canzone tra le luci del palazzetto che si accendevano, per non lasciare dubbio alcuno che il bis non ci sarebbe stato.
Accalcati davanti al palco i più giovani che urlavano pure loro di non sapere che viso avesse e come si chiamava, con l’onda di braccia alzate e pugni chiusi che scandivano, più del ritmo, la forza delle parole.
Il pugno chiuso, un segno antico che aveva un valore simbolico grandissimo, dentro quella mano chiusa c’era un futuro collettivo tutto da immaginare e da costruire, oggi forse  è solo coreografia, tanti alzavano il destro.

 

Povera Patria

E così ci siamo. Finalmente Berlusconi con tutto il peggio che ha rappresentato (secondo me) o con tutto il meglio (secondo i suoi adulatori), ha detto addio. Eppure non riesco a gioire. Riconosco in lui le doti dell’imprenditore che ha avuto grandi intuizioni, prima tra tutte amicarsi persone poco raccomadabili che gli hanno favorito l’ascesa in attesa dei dividendi. Poi puntare sui business nuovi, che se non avesse foraggiato i politici giusti, glieli avrebbero troncati sul nascere. Ma quando uno ha raggiunto il successo queste cose si dimenticano, rimangono merce per i soliti delatori.

Dovrei essere contento per la vergogna che ho provato ad averlo come guida del Paese. E invece no. Per quanto stronzo sia un amministratore, non lo si cambia nel bel mezzo di un dramma. A meno che non sia pronta un’alternativa, il che è il sale di un Paese democratico. Invece se ne è andato senza un’alternativa politica. Le opposizioni hanno gioito, gli hanno chiesto a più riprese di andarsene, ma hanno dimenticato che il sale della Democrazia accetta la cacciata di un Governo purché ce ne sia uno pronto a soppiantarlo, in questa situazione poi è più che mai doveroso.

E invece no. Si è lasciato tutto in mano a Napolitano, il quale ha avuto il cazziatone dall’Europa, gli hanno dato precise direttive (oggi lo ha chiamato anche Obama, alla faccia del popolo sovrano…) e lui deve applicarle. I barbari sono tornati, hanno invaso il nostro Paese, sono peggio dei predecessori, si riconoscono per appartenere alla Finanza. Ci imporranno un nome: Mario Monti. Ieri, in piena autonomia (mi vien da ridere) il Presidente della Repubblica lo ha nominato Senatore a Vita. Niente Governo tecnico, quindi, il nuovo Governo lo formerà un Senatore della Repubblica. Di porcherie simili ne ho scritte ne “I giorni cattivi”, ma questi mi superano.

Si sta preparando una nuova maggioranza sul nome di Monti (ma in Democrazia non ci si lega su delle finalità, degli obiettivi?), quello che farà poco importa, ma chi lo appoggerà sancirà la nostra abdicazione all’Europa. E allora prepariamoci.

I privilegi il nuovo Governo li cancellerà. Di primo impatto mi dico d’accordo, via i privilegi. Perché io associo a questo termine, gli sfacciati stipendi dei parlamentari, la facilità di evadere le tasse, la possibilità di occupare posti in diversi Consigli di Amministrazione, di essere medico di un ospedale pubblico ma di visitare con parcelle e visite private. Lascio a voi continuare la lista.E allora non si può dire che sì, ben venga, magari prima!

Purtroppo credo che con privilegi si pensi alle pensioni di reversibilità di cui alcune vedove godono; penso al pubblico impiego, posti da 1600-1800 euro, che possono essere tagliati o trasferiti, distruggendo l’unità familiare; penso al lavoro a tempo indeterminato, è possibile un tale privilegio, mentre i giovani non trovano lavoro? E l’Istruzione non dovrebbe avere qualche onere in più, perché deve pagare lo Stato? È un privilegio che va tolto. Vi si sta raggelando il sangue?

Perché lo Stato, attraverso l’INPS, deve pagare le assenze per malattia di un lavoratore dipendente? È un provilegio. Perché tu che possiedi una casa non devi pagare delle gabelle? Monti applicherà quello che vuole l’Europa. A questo punto mi candido pure io a Premier. Un copia e incolla lo so fare benissimo. E mi paro il culo con un buon stipendio. Candidatemi Premier!

Ci sottometteremo a un gioco sadomasochistico dove noi prenderemo le frustate. Comandano gli altri, comanda la Finanza. Quella schifosa, che ha fatto tracollare gli Stati Uniti, quella che ha messo in pericolo le banche e che noi abbiamo pagato per salvare. Perché il Paese sono loro, quelli che hanno e gestiscono il Capitale, e i nostri portafogli sono gli ammortizzatori sociali che li salveranno dal tracollo. Pagheremo tutto, pagheremo caro. Ma così salveremo i Montezemolo, le Mercegaglia, e alle prossime elezioni chiederemo a grande voce che si candidino, perché loro sono la parte sana del Paese, loro non hanno contribuito allo sfacelo. Povera Patria!

 

A messa

Domenica, durante la messa, ho guardato le facce dei presenti. Guardavo don Joshi, non so come cavolo si scrive, un giovane prete venuto dall’immensa India in questo buco di mondo a spiegarci la Parola. È bravo, non ti fa addormentare, fa delle prediche che ti incitano ad agire, ma è sempre bene attento a non trasgredire i dettami dei superiori, neppure lui ti sviscera il rivoluzionario pensiero evangelico. Ma non è di questo che voglio parlare.
Dicevo che mi son messo a guardare le facce dei presenti. Persone che sono diventate il contorno della mia vita e quella dei miei figli.
Soprattutto a motivo dei figli io e la mia signora abbiamo iniziato a interagire con l’umanità che ci vive intorno. È una bella umanità, tutto sommato, che si dedica alla vita della comunità, che cerca di tenere viva la luce dell’aggregazione e del vivere insieme.
Guardavo il coro. Guardavo gli adolescenti. Guardavo gli adulti. E il pensiero della morte si era insinuato in me. È un pensiero non costante, ma si presenta con maggior insistenza, saranno gli anni che passano, sarà l’incredulità di trovarmi a un passo dei cinquant’anni senza rendermi conto di averli, sarà che me ne sento molto meno e mi fa arrabbiare sapere che gli altri me li vedono stampati in faccia mentre non me ne sento più di trenta.
«Non ti vergogni, alla tua età», questo mi sento ripetere, quando mi esprimo in battute, in goliardie che, non so perché a cinquant’anni non si debbono più fare. No, non mi vergogno, e andate a fare in culo.
Il pensiero della morte, dicevo, mi aveva pervaso durante la messa.
E ho provato a immaginarli senza di me, dopo la mia morte.
Don Joshi sarebbe stato ancora lì sull’altare affiancato dai chierichetti; il coro in piedi a intonare i canti, con nuove ragazzine al seguito; alle chitarre facce vecchie con al fianco le nuove a cui avranno trasmesso la tecnica; i parrocchiani, quelli con i loro posti fissi e guai a portarglieli via, e quelli a cui un posto vale l’altro; la mia famiglia.
Che cosa farebbero senza di me? Esattamente le stesse cose.
La mia assenza non avrebbe spostato di un millimetro quella funzione.
E non ho provato sgomento, impotenza, rabbia.
Sono stato pervaso da una grande serenità.
In quel momento ho capito che avrebbero continuato con i soliti gesti perché non sono io che servo a loro, sono loro che servono a me.
Sono io ad avere bisogno del mondo, non è il mondo che ha bisogno di me.
Io, noi, siamo esseri del tutto inutili, vegetiamo, cerchiamo di sopravvivere, la nostra vita, vissuta per noi e solo per noi, è inutile, vuota. Si fa senso solo nel momento in cui vedo un Altro, riconosco la mia diversità, e nella felicità dell’altro trovo la mia felicità: che senso avrebbe altrimenti mettere su famiglia? Solo obbedire alla legge del mantenimento della specie? No, non ci credo, per sottostare a questa legge potrei ingravidare la passante di turno e andarmene indisturbato per la mia strada: il mantenimento della specie sarebbe garantito.
Ma non è il mantenimento della specie che ha il pensiero più importante, sono io, i miei sentimenti, che si possono esprimere solo quando ho di fronte l’Altro. Solo davanti a un Tu posso capire chi sono. Solo avendone cura, posso scoprire la mia persona.
Questo è il bello di essere al mondo: sapere che ci sono gli altri e in loro puoi trovare l’opportunità per conoscerti.

 

I giorni cattivi

Camminando lungo le strade bianche in questo periodo si può godere dei colori autunnali, le foglie si stanno svestendo del verde per assumere toni ocra, rossicci, marroni per poi cadere a terra, per contribuire a renderla fertile, ultimo dono per chi verrà. Il raccolto è stato portato a termine, si sta preparando la terra all’apparente riposo invernale, si godono gli ultimi sprazzi di sole che scalda solo a mezzogiorno, si accatasta la legna, insomma ci si prepara all’Inverno.
In questo momento di avvicinamento alla quiete, io sono andato controcorrente, e ho dato alle stampe il mio secondo romanzo: “I giorni cattivi”.

È una storia lontana da queste strade bianche, che in qualche modo avevano contribuito a far muovere i personaggi del mio primo lavoro.
Con questo lavoro mi sono guardato intorno, ho guardato l’attualità, la frantumazione sociale ed etica che stiamo vivendo, quasi con rassegnazione, quasi non ci sia altro da fare che abbandonarsi a un amaro: «Ormai…»
Vivo  quella che mi sembra un’assurda corsa inarrestabile dell’Occidente nell’esprimere il peggio di sé: l’autoaffermazione a tutti i costi, l’arricchimento facile, l’invidiosa ammirazione per il potente, il pauroso disprezzo per il povero, la politica come strumento di difesa di interessi di categoria, o di casta, come è in voga dire oggi.
Quest’abbruttimento che, dando retta alle Scritture, è attribuibile all’adorazione di Mammona, ci coinvolge ogni anfratto della nostra esistenza tanto da misurare ogni pensiero, ogni azione collettiva e privata con l’unità di misura chiamata mercato. Si licenzia per restare nel Mercato, si evade il Fisco per restare nel Mercato, si lavora dodici ore al giorno altrimenti si rischia di essere buttati fuori dal Mercato del lavoro, ci si indebita perché lo richiede il Mercato, perché quello che siamo si esprime nelle cose che possediamo e dobbiamo possederle. Siamo diventati vittime delle cose, gli oggetti hanno la meglio sull’essere.
Stiamo vivendo una caduta sociale, morale ed economica da fine di un Impero, dove i nuovi barbari non sono portatori di novità, ma, drammaticamente, ripropongono lo stesso modello di espansione, sopraffazione e distruzione ambientale che ci ha caratterizzato e ci caratterizza. Da costoro non mi aspetto niente di nuovo, solo il lento consumo dell’esistenza. Forse non l’avevamo capito fino ad ora, ma la Società dei Consumi non è caratterizzata dalla circolazione della ricchezza attraverso l’acquisto di merci, ma dal consumo vero e proprio, cioè dal deterioramento morale e materiale del genere umano e del Creato fino al suo annullamento.

Non c’è speranza dunque?
Credo ci sia, anche se non la vediamo. I cambiamenti culturali sono sempre arrivati dalla periferia del mondo urbanizzato e dalla baracche dei dimenticati,e lo sarà anche questa volta. Dal centro del mondo urbanizzato verso le periferie è sempre arrivata la sopraffazione e il dominio.
Non mi aspetto il mondo perfetto da questo cambiamento, mi aspetto un mondo diverso, che almeno recuperi l’importanza del genere umano e del mondo che lo accoglie, e che consenta una vita comunitaria rispettosa degli ultimi e delle minoranze.

Questi sono i pensieri che mi hanno spinto a raccontare la vita di un giovane impiegato, seguire i suoi passi nella sua difficoltà di vivere i tempi, nelle sue storie d’amore, nella sua ricerca di un senso.
I personaggi hanno nomi anche stranieri, perché non volevo che si cadesse nel tranello di credere di leggere una parodia dell’Italia. No, non lo è, la mia intenzione è stata di fotografare il franare della cultura occidentale che è un dramma molto più grande delle impietose e ributtanti scene che la politica e la società italiana ci propinano. C’è in gioco la sopravvivenza del Pianeta.

 

 

Lezioni che non si dimenticano

Quando entrò per la prima volta in classe nostra, provai il disagio di dover misurarmi con uno sconosciuto alto, magro, leggermente ingobbito, vecchio – secondo i miei parametri di allora, aveva 35 anni, 20 più dei nostri -, decifrare attraverso i suoi modi se sarebbe stato un professore di matematica severo o alla mano.

Alla fine della lezione, quando uscimmo per la ricreazione, eravamo tutti concordi che il Provveditorato ci aveva mandato un insegnante fuori di senno. Ridevamo e lo raccontavamo agli altri studenti, coloro che lo avevano avuto prima di noi lo confermavano: era pazzo!

Ma quella prima lezione riuscii ad apprenderla solo anni dopo, e non era pazzo, era un ottimo insegnante, amava la matematica e voleva farcela amare spiegandoci, già dalla prima lezione, che dovevamo approcciarci con umiltà, imparare un metodo, averne rispetto.

La prima ora trascorsa assieme la dedicò a spiegarci come dovevamo scrivere i numeri: lo zero doveva assomigliare a un’ellisse con il semiasse maggiore posto in verticale; il numero uno veniva rappresentato con una linea verticale e dall’estremo superiore partiva una grazia, una retta a 45° verso il basso e verso sinistra lunga al massimo un quarto delle dimensioni della linea; e via via tutti gli altri.

Una lezione di grafica o di stile, ma secondo noi era sintetizzabile nel dito indice che picchiavamo più volte sulla tempia: stavamo ascoltando un pazzo!

Eppure ci stava dicendo che non potevamo giocare con gli strumenti che ci venivano assegnati, dovevamo portarne rispetto, averne cura, i numeri andavano scritti senza fronzoli o inutili linee ridondanti: serviva semplicità.

Il pazzo aveva un nome: Ermenegildo Ceroni, Gildo per i colleghi professori. Arrivava da Imola ogni lunedì mattina con la sua 127 rossa e ritornava a casa il sabato.

L’idea che fosse pazzo svanì presto. Perché la matematica era un osso duro, soprattutto per chi non voleva studiare, e la mia era una classe di fancazzisti. Avevamo scelto un istituto professionale proprio per questo, alle medie ci eravamo dimostrati privi di qualità, e allora dovevamo andare a ingrossare la schiera operaia, la scuola non poteva pretendere troppo da noi. Lo avevamo capito anche dall’assenza di libri di testo, non avevamo l’obbligo di comperarne, potevamo prelevarli dalla biblioteca della scuola, tenerli al massimo quindici giorni e poi rimetterli a disposizione di altri. Ma credo di non sbagliare se affermo che le serrature degli scaffali della biblioteca erano arrugginite. Ricordo di aver comperato solo il testo di elettrotecnica ed elettronica, e il libro di inglese.

Il professor Ceroni non aveva preteso il testo, dovevamo seguire lui, ci dettava teoremi, regole, dimostrazioni, e poi ci davamo sotto con gli esercizi.

Detestava toccare il gesso e così cercò tra di noi uno scrivano; a uno a uno andammo alla lavagna a scrivere dei numeri (così avrebbe valutato chi aveva appreso la prima lezione) e alla fine scelse il suo scrivano: il sottoscritto. Non che avessi una bella scrittura, ma le altre erano peggiori.

Questo significò per me, nei tre anni che era rimasto a insegnare da noi, trovarmi sempre alla lavagna. Il mio quaderno era praticamente intonso. Ricopiavo gli appunti che dettava a fine lezione o quando mi consentiva di andare al posto, ma gli esercizi li svolgevo tutti alla lavagna.

Essere scrivano mi aveva permesso di galleggiare bene nel mondo della matematica, però qualche scivolone c’era stato. Come quella volta che, interrogato, mi chiese di risolvere quest’esercizio:

mx+mx=

La mente ha rimosso l’orrore che scrissi dopo quel segno di uguale, ma non credo che sia stato molto lontano da:

mx+mx=m2x2

Il buon Ceroni scattò in piedi e cominciò a camminare lento avanti e indietro tra i banchi. Era il segnale che tutti avevamo imparato a decifrare: c’era un errore, anzi un ERRORE, un TERRIBILE ERRORE. Guardavo il risultato e nervosamente cercavo di capire che cosa avevo sbagliato, ma in testa avevo un’eco che rimbalzava nel vuoto. Cercavo i suggerimenti dei miei compagni: «Fa mx2»; «No, fa mx-1»; «Devi scrivere: m(1+x)»… davanti a così illuminati suggerimenti preferii stare fermo e dare corso alla Storia.

«Bravo Camati! Bel risultato!»

Ermenegildo Ceroni da Imola quand’era arrabbiato aggiungeva una i al cognome del bravo studente se terminava con una consonante; se terminava con una vocale la sostituiva con la i; se terminava con la i, la raddoppiava. E questo confermava che non si stava vivendo un bel momento.

Il professore, mentre girava tra i banchi, guardava negli occhi i suoi allievi e chiedeva:

«Che bravo Camati, vero?», e attendeva una risposta dall’interlocutore di turno, ma questi, timoroso di essere interrogato, sudava. Allora Ceroni si rivolgeva a qualcun altro, ma otteneva la stessa risposta: angosciato silenzio e sudore. Alla fine vinceva la sua ritrosia verso il gesso e cominciava a disegnare: tracciava un segno, poi andava, sempre calmo, in fondo all’aula ad ammirarlo, tornava, ne faceva un secondo e così via fino a completare l’opera. Erano due i temi: o un cappello a cilindro, o un maiale. Dandoci di volta in volta un tocco di originalità: un rammendo o una toppa al cilindro; l’occhio gaio o torvo al maiale, attendendo però l’assenso della classe. Per me disegnò un maiale.

«Che dice, Camati, gli disegniamo una bella coda arricciata?»

«Sì», risposi dimesso alla domanda entusiasta.

«Ecco una bella coda arricciata!», quindi tornava in fondo all’aula ad ammirarla.

Il finale comune ai due disegni era scrivere, a destra del cappello o del maiale, ‘ata’.

«Camati, le ha scritto una por…», e a me toccava finire la frase.

«…cata!»

«Esatto, Camati, lei ha scritto una porcata!», al che mi chiese di cancellare il disegno. Se avesse disegnato il cappello, la soluzione al rebus era ‘cappellata’.

«La vedo pensieroso, preoccupato, Camati. Meglio rilassarci: ci fumiamo una sigaretta?»

Dove voleva andare a parare? Disegnò due rettangoli e andò in fondo alla classe dicendo:

«Io e Camati ci fumiamo una sigaretta, a voi non da fastidio, vero?», tutti facevano no con la testa.

«Però, Camati, meglio fumarle col filtro», e disegnò il filtro, poi girando per la classe spiegò che dovevamo pensare alla salute.

«Bene, adesso le accendo!», e disegnò la brace e il fumo che saliva, «Ah! Che bella aspirata rilassante! Aspiri anche lei, Camati!»

Girò per la classe spiegando che entrambi ci sentivamo meglio.

«Che sigarette stiamo fumando?», non sapevo che cosa rispondere, «ma le ms! Scriva la marca sulle due sigarette, scriva ms su una e ms sull’altra, così, bene. Camati, una ms più un’altra ms quanto fa?»

Mi sentii sprofondare, ecco dove voleva arrivare: «Due ms».

«E se invece di ms le chiamiamo mx: una mx più un’altra mx, quanto fa?»

«Due mx».

«Scriva il risultato, Camati!»

mx+mx=2mx

Suonò la campanella, l’interrogazione era terminata, ma quella lezione non l’ho più dimenticata: grazie Gildo!

 

Tricolore

Il tricolore. Da quando il Presidente della Repubblica Ciampi ha dato centralità nel suo mandato a riconsegnare la bandiera agli Italiani, tutti i partiti politici hanno provveduto a usare il verde, il bianco e il rosso nei loro simbili(1), i calciatori hanno dovuto imparare l’inno a memoria e fingere convinzione nel cantarlo nelle competizioni internazionali.
E poi, grazie (o purtroppo) alle partecipazioni alle guerre a fianco degli alleati in nome dei più alti e nobili sentimenti, molti hanno fatto sventolare la bandiera nei loro giardini o nei loro davanzali. «Grazie ragazzi!», retorica, stanca, bugiarda frase riverniciata alla bene e meglio. «Grazie ragazzi, non siete morti invano». E file di cittadini in pelligrinaggio davanti alle bare, davanti a chi “ha fatto il proprio dovere”. Perché il proprio dovere è sparare in nome di tutti, ogni proiettile uscito dal fucile porta le firme di tutti gli Italiani. Noi qui a grattarci il culo e voi laggiù a rischiarlo. Per il tricolore.
No, non me la sento di unirmi al coro di coloro che dicono «Bravi ragazzi!», non hanno perso la vita per me, io non gliel’ho chiesto, io non ho voluto spedirli in alcuna zona di guerra, io non mi assolvo la coscienza di aver spedito dei padri di famiglia a uccidere stranieri stando attenti a non farsi uccidere in nome di non so che cosa, predisponendo cerimonie luttuose o partecipandovi e abbracciando commosso la moglie o i figli. Io non ho chiesto a nessuno di morire per degli interessi economici o politici che agevolano solo qualcuno.
Io di questo tricolore non ne sentivo la mancanza.
Vent’anni di Fascismo hanno il loro peso nel farmi sentire distante dalla bandiera.
Un giorno sono rimasto sbaloridito quando una signora argentina mi aveva confessato di commuoversi quando ascoltava il suo inno nazionale o quando vedeva sventolare la sua bandiera. Non le avevo riso in faccia per rispetto, in cuor mio consideravo l’affermazione una scemenza.
Oggi, a distanza d’anni, credo di aver compreso la mia apatia verso la bandiera.
Vent’anni di Fascismo sono stati una medicina che ha tolto agli Italiani ogni senso di appartenenza alla Patria sostituendola con quella di appartenenza alla Nazione. Operazioni micidiale, ben riuscita.
Purtroppo chi poteva difenderci da questa terapia, le forze di Sinistra o i Popolari, non avevano intenzione di farlo. I Popolari perché si rifacevano al Cattolicesimo, dottrina che supera i confini patrii per abbracciare un’universalità nel nome di Gesù, e la Sinistra che anelava all’internazionalizzazione delle forze socialiste e comuniste finalizzate alla liberazione e alla dittatura del proletariato. A costoro i confini italiani stavano stretti. E di fatto tutta la passione del Risorgimento è stata spazzata via.
Io sono cresciuto senza essere educato alla Patria, ma ho bene in testa il concetto di Nazione.
Ricordo ancora quando alle elementari la maestra ci aveva raccontato l’entrata dell’Italia nella Prima Guerra Mondiale. Ci aveva spiegato che la politica italiana era divisa tra Neutralisti e Interventisti, ma alla fine avevano vinto gli Interventisti. Una mia compagna di classe urlò felice un: «Bello!» e aveva alzato le braccia come se avesse segnato un gol. Ecco quella sua esultanza racchiude quel senso nazionalista con cui siamo stati educati. Non importano i drammi, le distruzioni, le morti, importa che abbiamo partecipato e abbiamo vinto. La nostra Nazione è superiore alle altre.
Ma la Patria è altra cosa. La Patria è sentirsi legati ad altri per un lessico, per una poesia, per una canzone, per un piatto, per la fatica, per gli odori, per gli usi, senza ritenerli superiori alle altre patrie, ma come un segno di specificità, come una diversità, che va confrontata ad altre per farne nascere di nuove.
Tutto questo vent’anni di Fascismo ce l’hanno rubato. E coloro che oggi vogliono farci innamorare del tricolore stano ricalcando le stesse parole: Patria, Esercito, Morte, Amore.
Ma non mi appartiene, non amo la Nazione, non mi sento di appartenere a una Nazione, non me ne frega niente della Nazione. Io sento di avere dentro un amore per la mia terra che chiamo Patria, che non mi fa mettere in uno scalino più alto rispetto alle altre Patrie, ma mi fa dire: «Io sono questo».
Io sono questo, e mi hanno derubato del tricolore. Spero di farlo capire anche agli altri, per spogliare la bandiera di Nazionalismo e riempirla di passioni umane.

(1) Durante la prima Repubblica avevano il tricolore solo il P.C.I., l’M.S.I. e il P.L.I., per gli altri era un segno di inutile importanza.

Un vizio capitale del benefattore

Curo, assieme ad altri, il sito www.macondo.it dove il mio amico Paolo ha una sua rubrica, scrive da San Paolo e racconta i malesseri, le curiosità e i drammi che lo coinvolgono.
Paolo ultimamente si è soffermato a raccontare della nuova droga di San Paolo, l’oxi. Per conoscere l’oxi vi rimando al suo articolo.
Navigando lo ha trovato pubblicato in un altro sito, dove è citato l’autore e il sito di provenienza. È l’unica condizione che pretendo perché altri diffondano i nostri scritti.
Ma capisco qual è il motivo del suo disappunto: ci sono delle fotografie di ragazzini che si drogano. So che questo manda in bestia il mio amico, ha scritto intere pagine sul malcostume delle ONG, e dico malcostume per essere gentile, spesso scadono nel senso di superiorità o di strumentalizzazione nei confronti dei deboli. E le fotografie ne sono un esempio.
Mi si obbietterà che non c’è nulla di male in questo, è informazione.
No, non è così. Questa non è informazione è, nel caso migliore, morbosità. Ma qualsiasi cosa si ritenga sia, informazione o morbosità, cela comunque un disprezzo per la persona fotografata.
Sto esagerando?
Allora provate a immaginare che un vostro figlio o figlia minorenne abbia subito una violenza sessuale. O immaginate di essere voi stessi precipitati in un dramma, droga, prostituzione, abbandono dei figli o qualsiasi altro disastro esistenziale di cui siete vittime e non carnefici. Pensate al volto di vostro figlia o figlio, avvicinato a un racconto sulla violenza sessuale, o del vostro volto avvicinato a un articolo che racconta della prostituzione, messo a dsposizione del mondo intero. Come reagireste?
Si parla tanto di tutela della privacy, ma pare che sia un diritto per chi ha un reddito. L’ultimo, il miserabile non ha diritto ad alcuna privacy, non appartiene al genere umano.
Se poi quest’esposizione la pubblica un’associazione che, a parole, e solo a parole (consentitemi la polemica), sembra vicina a questa umanità derelitta, è inaccettabile.
Ho detto a Paolo che se lo voleva scrivevo a costoro, mi ha risposto di lasciar perdere, ormai conosce i vizi capitali dei “benefattori”, non c’è niente da fare, non se ne esce.

Mi sono messo a leggere il loro sito e ho visto che la presentazione dell’associazione ricalca in buona parte quella che è stata pubblicata per presentare Macondo, un pensiero di Mario Bertin, macondino. Mi sono venute in mente le parole che la carissima Maria G. Di Rienzo ha scritto come disclaimer nel suo sito lunanuvola e che qui ripropongo nella parte finale:
«…Usate il cervello, il cuore, quel che avete e inventate qualcosa di vostro e di nuovo!»
Parole sagge.

Teatro e figli

Settimana di saggi, questa trascorsa.
Quest’anno i miei due pargoli hanno seguito un corso di teatro il maschio (sotto pressione dei genitori), e quello di danza moderna la femmina (libera scelta).
Perché costringere il maschio al corso teatrale? Buttandola giù brutalmente dovrei dire per terapia. Non che abbia chissà quali problemi. A scuola ci hanno sempre segnalato che aveva delle difficoltà relazionali (con avvallo dello psicologo, già dalla scuola dell’infanzia) e giù incontri con psicologi ed esperti.
Qual era il problema? La noia. Nessuno l’ha interpretata tale, ma si annoiava, non aveva stimoli. Come ora. E chi glieli doveva fornire gli stimoli se non gli educatori? Non so se i tagli ministeriali abbiano la loro responsabilità (non lo credo, la scuola dell’infanzia l’ha consumata dalle suore -con mio sommo pentimento- con soldi e soldi spesi), ma sta di fatto che ha sempre ottenuto risultati invidiabili e comportamento pessimo. Non è mai stato violento o agggressivo, ha il tipico comportamento di chi si annoia, noi lo abbiamo capito, gli insegnanti no, e ci siamo slogati il polso a firmare note. Apprende facilmente e le ripetizioni dell’insegnante per lui sono noia noia noia.
Gli psicologi (più di uno) non hanno trovato segnali particolari: «È fatto così!», bello spendere sette anni per sentirsi dire che non c’è niente di sbagliato.
La bambina ha chiesto di andare a scuola di ballo perché qualche amica lo faceva e soprattutto la cuginetta prediletta. Lo voleva fare per imitazione. Non avevamo motivi per non assecondarla.

Il maschio ha raccolto molte note per il comportamento (non dico il numero per vergogna, ma anche per non coprire di ridicolo gli insegnanti -l’ultima gliel’hanno data una perché ha urlato vedendo un’ape, eppure lo sanno che ha terrore degli insetti!-), gli piace fare il pagliaccio, far ridere.
Ho cercato di spiegargli, con parole semplici, che far ridere la gente non è facile: la gente può ridere grazie a te o può ridere di te. Dalle note e da quello che lui mi raccontava o che raccoglievo dai e dalle compagne di classe, cadevo spesso nella seconda ipotesi.
Ho cercato di fargli capire che far ridere non è un mestiere facile, che le figure che lo affascinano della televisione non improvvisavano mai, ma c’è uno studio, una fatica alle spalle. È faticoso far ridere ma enormemente gratificante. Se lui desidera far ridere la gente a me stabene, ma costa fatica, studio, impegno. Far ridere, far vivere sentimenti, credo sia il più bel mestiere che uno possa inventarsi, ma ha bisogno di una palestra.
Perché la gente deve ridere grazie a te e non di te.
Per questo li abbiamo iscritti al corso di danza moderna lei, e a quello di teatro lui, al “Teatro dei pazzi” di San Donà di Piave. Non per un futuro di velina (me ne guardo bene) o di attore, semplicemente per capire come stavano le cose, per imparare a esprimersi, a mettere in gioco il corpo, a relazionarsi, a capire che anche una cosa apparentemente sciocca, sottostà a regole, a tempi, a ritmi.

Mercoledì scorso ho assistito al saggio della bambina. Devo confessare che il balletto, visto sempre e solo alla TV, mi deprime. E invece assistere dal vivo tutto si trasforma, vuoi perché c’è la tua bambina sul palco, ma non è solo questo. Quando si sono esibite le più grandi, quelle che stanno aggrappandosi ai vent’anni, in “Burlesque”, sono rimasto folgorato, non solo per la grazia e per la musica, ma per le espressione dei visi. Ho visto delle giovani ragazze che non solo avevano eleganza, ma sapevano coinvolgerti e trasmettere emozioni con lo sguardo. Lode alla loro insegnante.
La bambina è stata brava, mi ha sorpreso, oltre le previsioni, per la sua capacità di giocare col corpo al ritmo della musica, ma su di lei non avevo dubbi, è una che si butta, che si mette in gioco. Lode all’insegnante.

Venerdì il saggio del maschio. “Quasi come Giulietta e Romeo”, il titolo dello spettacolo. A lui il corso non è piacuto. Poche battute e tutte seriose. E movimenti, solo movimenti. Ho cercato di fargli capire che il movimento è tutto in un attore, prima arriva il gesto e poi la parola. Papà ha fatto formazione, che ti credi. Ma lui no, e poi quelle stupide battute!
Lui desidera far ridere. Battute spiritose, questo conta! Ah sì? E allora quel cretinetti che ti piace tanto, “Mister Bean”, quante battute dice? Nessuna, eppure ridi. Ridi per i gesti, per le espressioni, per quello che compie, non per quello che dice.

Recandoci a teatro per la recita, forse ero più nervoso di lui, ma non l’ho dato a vedere, forse lo era anche mia moglie, ma non ci siamo confidati niente, abbiamo fatto tutto come fosse un atto abituale. Non ho chiesto neppure a mio figlio se era nervoso.
Eppure eravamo alla prova decisiva. Se si fosse bloccato, imbarazzato, se si sarebbe coperto di vergogna, non ci avrebbe mai perdonato di averlo spinto in quella ridicola esperienza. Avevo mille dubbi. Se fosse stato un fallimento?
E invece i dubbi sono svaniti al suo ingresso, alla sua battuta scandita con limpidezza, al suo volteggiare come gli era stato insegnato. E così per le altre scene, parola e gesto eseguiti secondo la regola. E poi gli applausi finali. Il suo sorriso limitato dalle orecchie altrimenti avrebbe fatto il giro di tutta la testa, soprattutto quando si è presentato al pubblico per ricevere la sua quota di applausi.
A spettacolo finito, sceso in platea l’ho baciato e stretto forte forte, gli sono pervenuti i complimenti della sua ex insegnate d’asilo e delle persone che stavano lasciando la sala. «Grazie, grazie!», ripeteva sudato e felice. Mi ha confidato di essere stato nervoso e agitato durante tutto il tempo. Bene, è indice di responsabilità.
Spero abbia capito quanta fatica ci sia dietro a uno spettacolo. E il senso degli applausi. Non sono un semplice «Bravo!», ma un segno di riconoscenza per aver donato delle emozioni. Lode agli insegnanti.

Hanno già detto entrambi di non voler continuare l’esperienza, di voler tornare a nuoto. Un po’ mi dispiace, mi sembra che la danza, il teatro trasmettano meglio il senso dello stare insieme per il raggiungimento di uno scopo comune. Dover relazionarsi con gli altri, rispettarli e rispettare una regola comune per il bene dello spettacolo, da il senso dello stare insieme e la possibilità di crescere.
Hanno tutta l’estate davanti e il piacere provato con una esibizione: vedremo.

Il pachiderma

Mi hanno chiamato oggi per commentare gli esiti finali delle amministative. Non li conoscevo, anzi ho fatto la gaffe dicendo :«Vediamo quel che accade domenica!», mentre le cose sono terminate ieri. Per dire con quanta trepidazione le ho attese.
Un attimo dopo, senza conoscere i risultati, ho dato per scontato che Pisapia a Milano e De Magistris a Napoli erano i nuovi sindaci (o per lo meno lo era Pisapia). Altrimenti perché un vecchio amico, conoscendo la mia atavica appartenenza a Sinistra (alla Sinistra Patetica, come uso dire, rubando l’immagine a Starnone) mi avrebbe chiamato cantando ironicamente “Bandiera Rossa”?
Devo essere contento? No, non lo sono, ho vissuto con distacco questo evento elettorale, e non per scredito nei concorrenti, ma per sconforto del pachiderma che li ha sostenuti, il PD.
Ho vissuto con distacco tutte le amministrative, anche quelle che mi hanno coinvolto.

Qui da me si era presentato il sindaco uscente, appartenente a una quota del PdL, e sostenuto dalla Lega. Un tipo autoritario, del tipo «Qui comando io!», già fatto cadere per il mancato sostegno di alcuni dei suoi due legislazioni fa, ma uscitone vittorioso nella successiva competizione, con la Lega come avversaria. Ora stanno assieme.
L’altro contendente era una persona che ha raccolto a sé tutti gli altri, da Destra a Sinistra, pur di togliere il potere all’attuale sindaco.
Infine gli outsider, il MoVimento 5 Stelle. 3 concorrenti 3.
Ero propenso a votare per gli outsider. Lo avevo già fatto alle Nazionali. Non perché ci credevo, ma per protesta, anche se ormai mi sono rotto di votare per protesta. Ho votato più per protesta che per proposta. Sono cosciente di appartenere a una minoranza e coloro che mi stanno vicino mi danno pure fastidio. Come sono delicato!, dovrei dire imitando Gaber.

Cerco i programmi. Il sindaco uscente lo depenno subito, della continuità della sua opera non approvo niente. Poi c’è la Lega, non ho niente da condividere con chi ha la presunzione di essere il centro del mondo.
L’avversario multicolore ha una serie di belle intenzioni, ha un programma vago, poco definito, dice il tutto, ma anche il suo contrario. E come potrebbe essere altrimenti? Deve tenere unite volontà discordanti tra loro! Ha come solo punto di forza il desiderio di allontanare l’attuale sindaco e la speranza di un domani migliore posata su fragili gambe.
Il M5S, spero si differenzi. E invece mi mettono ai primi punti gli slogan del comico che li ha incoraggiati: il digital devide, la registrazione via web dei consigli comunali, l’opensource. Mi son caduti i coglioni!
In genere davanti a una proposta politica penso alle mosse dell’avversario. Che cosa farei io, da avversario?
Innanzitutto il digital devide: che cosa può fare un comune? A dire il vero il sindaco uscente aveva già provato una strada, aveva stretto un accordo con una ditta per fornire il “pre-wimax”, che, al di là del nome, voleva dire dare via etere, previa antenna, la possibilità di entrare nella rete ATM. Quindi già il sindaco uscente ci aveva provato, che poi i risultati siano stati scarsi non è dipeso da lui, ma dal servizio offerto.
Registrare i consigli comunali? Il comune ha un sito, via streaming mando i consigli comunali e ti spiazzo. Non è una grande idea, soprattutto voglio poi contare le visite. A San Donà di Piave saranno vent’anni che Radio San Donà cura la diretta col consiglio comunale, e nessun sindaco si è mai opposto, qualsiasi sia stato il suo colore (sempre di Destra, comunque, mentre la radio era gestita da rossi rossi).
L’opensource. Io lo uso, sono uno dei rompiballe che dice che Gnu-Linux è stupendo, Red Hat – Fedora – Ubuntu, questo il mio percorso, ma mi chiedo se questi signori sanno di quello che stanno parlando: il comune è già informatizzato. Oltre lo slogan avrebbero dovuto spiegare quanto costa mantenere l’attuale struttura, quanto costerebbe la migrazione a un software opensource, quanto costerebbe formare il personale, quanto l’assistenza e in quanto tempo si può recupere la spesa. 5 anni e poi avremo sempre a bilancio 800.000 euro usabili per altri scopi? Allora il gioco vale la candela. Non si sa? Non avete fatto i conti? Vi piaceva lo slogan? Allora tenete per voi le vostre balle!
Mi son tappato il naso, come aveva suggerito Montanelli tanto tempo fa, e ho votato per il multicolore.

Durante le elezioni provo solo un grande smarrimento.

Pensiamo a Milano e a Napoli. Contro il candidato di Governo (non dovrebbe essere così, ma è così, specie se lo dichiara il Premier) i contendenti erano dei candidati esterni al PD. Il maggior partito d’opposizione, in due città così importanti, non aveva un suo candidato.
Mi si obietterà, ci sono state le primarie, il candidato del PD ha perso, ha vinto uno della coalizione, almeno a Milano. È la democrazia. Tutto vero.
Ma di domande ne nascono a iosa.
Per esempio Milano. Tu PD sai che Milano è la piazza più prestigiosa dell’attuale Premier e della Lega: se conquisti Milano, rovini l’avversario. Che cosa fai? Minimo ti giochi un pezzo da novanta, fai capire che ci tieni, che vuoi Milano. E invece no, proponi alle primarie una persona perbene ma che non da il segno di quanto per te sia importante vincere. E alle primarie il tuo elettorato ti risponde picche e sceglie quello proposto da un altro partito della coalizione. Un’analisi dentro al Partito sarebbe d’uopo, ma questo preluderebbe a far cadere tante poltrone e alla propria poltrona uno ci tiene.

Napoli. Al primo turno passa il candidato del Centrodestra e quello dell’Italia dei Valori: Luigi De Magistris. Il PD ha cannato ancora. Ma al secondo turno appoggia De Magistris. Speravo che il PD non lo appoggiasse, ma lo fa. Se il secondo governo di Centrosinistra è caduto porta un nome: Luigi De Magistris. È stato lui ad avanzare accuse contro Mastella e a far cadere il governo Prodi. Ma il PD lo ha dimenticato. Però questo mi fa capire una cosa: il governo di Centrosinistra secondo un magistrato era retto da dei disonesti, quel magistrato dimessosi dalla magistratura è entrato in politica, si candida a Napoli (con la garanzia di avere un posto da deputato europeo, tutti tengono famiglia), il PD lo appoggia, quindi riconosce la sua onestà e levatura morale. Ergo, il governo di Centrosinistra era veramente disonesto, qualche pecca c’era. E con questa fedina ti proponi a governare il Paese. Bella faccia tosta!

Non ne faccio parte e quindi rimango mero osservatore, ma chiederei agli iscritti del PD di tornare tutti in sezione, tutti, per discutere se la classe dirigente è veramente la loro espressione o se è una situazione incancrenita e ha bisogno di un intervento, profondo, rinnovatore.

No, non sono contento di come sono andate le elezioni, e non per i candidati, a cui auguro di far bene, ma per il pachiderma PD. Malgrado siano andate bene le cose, non vedo un futuro roseo, c’è un grigio pachiderma che sulle chiappe ha scritto PD che mi impedisce di vedere il domani.