Ho sognato che mi cadevano i denti (6 di 6)

Io

Era il giorno prima di ferragosto. La notte avevo sudato parecchio e la mattina avevo un gran peso all’altezza dei bronchi. E ti pareva, combini il sudore con l’umidità e ci si ammala. Respiravo con fatica, sudavo molto. Ma sarebbe terminata presto anche l’estate. Ormai, bastava una pioggia e il clima avrebbe deviato a temperature più consone alla mia sopportazione. Il medico aveva il turno al pomeriggio, va bene, intanto mi sarei recato al lavoro, se peggioravo al pomeriggio sarei andato da lui.
Ma la fatica a respirare era tanta, dovevo essere ben chiuso, pensavo. Sentivo la pressione del sangue  battere su ogni vena. Pazienza, avrei lavorato con molta, molta calma.
Dovevo costruire un impianto in una nuova via, ma temevo che i cavi telefonici non fossero ancora portati, non vedevo colonnine in giro, magari, come qualche volta fanno, li avevano collocati con delle terminazioni dentro un pozzetto. Avevo provato ad alzarne uno fatto a quattro spicchi, ma non ci riuscivo. Avevo visto poco prima passare un collega, l’avevo chiamato chiedendogli se poteva venirmi a dare una mano, roba di un minuto. Poco dopo era lì.
«Non riesco ad alzarlo, è nuovo, ma non si muove», ma lui lo aveva aperto senza problemi. Ero rimasto perplesso.
Avevo continuato la giornata e il peso si faceva sempre più puntuale, il respiro faticava, la pressione ballava la techno e la sudorazione era insistente.
A pranzo ero andato a casa, ne avevo approfittato per andare a letto per rilassarmi, mi sembrava di migliorare. Mezz’ora dopo ero tornato al lavoro, ma le cose peggioravano, avevo sistemato in due e due quattro un sopralluogo, e in affanno, mi ero diretto agli uffici del mio responsabile, che non erano lontani. Era ancora a pranzo. Mi ero seduto sulla scrivania di fronte alla sua, aero sfinito. Dopo dieci minuti era arrivato pure lui.
Lo avevo informato che sospendevo il lavoro e me ne andavo dal medico, dovevo essermi beccato un’influenza o qualcosa del genere. Lui mi guardava preoccupato, mi aveva chiesto se volevo andare al Pronto Soccorso, avevo risposto di no, stavo male, ma ero così dal mattino, con calma arrivavo a casa. Insisteva per farmi accompagnare da qualcuno, aveva detto che ero pallidissimo. Nessun problema, mi sarei arrangiato.
Mentre guidavo verso casa, col cuore a mille,  avevo cominciato ad accusare un dolorino sulla spalla sinistra e stava cominciando a interessarmi il braccio. Oh, porca miseria, era quello che pensavo? Avevo accellerato per arrivare quanto prima a casa.
Ero madido, ero andato a farmi una doccia veloce. Uscito mi sentivo incapace di respirare, cercavo l’aria ma non la catturavo, avevo come un senso di vomito, mi girava tutto. Mi ero disteso sul letto sotto lo sguardo preoccupato di mia madre e avevo cominciato a sudare copiosamente. Era entrata in camera mia figlia, avevo trovato la forza per dire a mia madre: «Mandala via!»
Erano stati momenti terribili e infiniti, poi il respiro mi era tornato e la sudorazione si era fermata. In quel mentre era ritornata dal lavoro anche mia moglie. Voleva portarmi in ospedale, non me la sentivo di alzarmi. Aveva chiamato il medico. Poco dopo era lì. Nel frattempo mi ero calmato. Lui mi aveva detto se mi sentivo le forze, altrimenti chiamavano un’ambulanza.
«Non è influenza, hai il cuore che sta facendo scherzi, bisogna andare subito al Pronto Soccorso».
Al Pronto Soccorso mi avevano dato un bel codice prioritario.
Mi avevano fatto distendere su un lettino e una giovane dottoressa era venuta con un macchinario eco qualcosa a osservare il cuore.
Poi era tornata con una pasticca: «La tenga sotto la lingua fino a che si scioglie», mi aveva ordinato con un accento siciliano.
Poco dopo il cuore era tornato a fare il pazzo e avevo ripreso a sudare.
Mi aveva chiesto che cosa mi sentivo.
«Mi vien da vomitare».
«Si sente male?»
«Mi vien da vomitare».
«Si sente male?>
«Mi vien da vomitare».
«Ha le nausee?», avevo risposto di sì con la testa. Con i medici bisogna essere precisi.
Avevano spinto il lettino fino in ambulatorio, mi avevano messo con la testa in giù e gambe all’aria, mi avevano spogliato e conficcato degli aghi, ma io sentivo che il cuore ormai stava andando per i fatti suoi, il respiro era fuggito, tutto girava.
Non era possibile, stavo morendo? In un modo così stupido? No, non io… i bambini… che cosa sarebbe accaduto ai bambini? No, no, no, non poteva essere vero! Non a me!
Vedevo gli infermieri e la dottoressa procedere decisi, stavano facendo chissà che cosa, ma quel chissà che cosa mi aveva riportato poco dopo il cuore a battere in maniera più corretta, l’aria era tornata nei polmoni, le convulsioni erano sparite.
Ero rimasto solo con un infermiere che aveva cominciato ad asciugarmi il corpo madido.
«Dev’essere scaduta la garanzia», avevo detto all’infermiere.
«Mi sa di sì, ma non è un problema, l’anno scorso è capitato anche a me e sono qui».
Mi avevano portato in unità coronarica, attorno al letto c’erano dei monitor, credevo che certe cose esistessero solo nei film americani, mi avevano appiccicato ventose ovunque, conficcato delle flebo e buon riposo.

Il mattino successivo erano arrivate delle infermiere generiche per lavare i pazienti. Arrivate da me, dopo avermi lavato faccia e braccia, mi avevano chiesto se volevo il bidè e cambiarmi le mutande. Non potevo alzarmi ero pieno di fili e ventose. No, mi avrebbero lavato e cambiato loro. Avevano letto il mio imbarazzo e mi avevano assicurato che loro erano abituate… loro sì, ma io no. Comunque avevo lasciato fare. La signora che mi lavava mi aveva detto che era una compaesana, ci mancava solo questa notizia, ora il disagio era completo.
Ero rimasto in osservazione. L’indomani il reparto era lpresidiato dalla dottoressa siciliana, quella a cui dovevo la permanenza su questo pianeta, le avevo chiesto delle informazioni sul mio caso. Stavano ancora facendo accertamenti, ma per il momento poteva dirmi che ero apiretico, bla bla bla, bla bla bla… Non avevo seguito il discorso, ero fermo ad apiretico: che cavolo significava? lei continuava la sua esposizione aggiungendo parole a parole in maniera monotona, come davanti a un esame universitario. Ah, apiretico, ecco che cosa significa… ma non potevi dire che non ho la febbre?  Aveva concluso la sua diagnosi. Era lì ferma che mi guardava. Volevo dirle: «Ottima esposizione. Accetta un ventotto? Se avesse usato termini più semplici che ogni paziente può capire le avrei dato trenta». L’avevo comunque ringraziata, se avevo potuto ascoltarla, se ero al mondo, lo dovevo al suo bagaglio di parole difficili.
Il giorno dopo mi avevano detto che ero fuori pericolo (o serviva il letto) e mi avrebbero trasferito in cardiologia. Probabilmente era una pericardite, ma servivano altri esami.
Mi avevano messo in camera con un signore che aveva passato i settant’anni, una persona tranquilla, semplice. Gli avevano portato un televisore ed era perennemente acceso, c’erano le olimpiadi. Mi ero ripromesso di non seguirle. Mi indispettiva che il mondo avesse permesso alla Cina di organizzare un evento che dovrebbe essere un messaggio di comunione tra i popoli espresso attraverso lo sport. In Cina i diritti civili sono un optional che nessuno può acquistare. E questo mi aveva fatto capire il vero senso delle Olimpiadi, una vetrina importante per il mercato sportivo: sai quante tute e scarpe da ginnastica si possono vendere in un Paese con un miliardo e duecentomilioni di persone? No, per me niente olimpiadi.
E invece mi sono bevuto tutto, ma tutto tutto.
L’anziano signore andava spesso a camminare su e giù per il corridoio, quando tornava mi chiedeva:
«Ha gareggiato qualche Italiano?», se rispondevo di sì, la domanda successiva era: «Ha vinto?», se la risposta era affermativa commentava: «Allora è stato bravo!», altrimenti, anche se era arrivato secondo, scuoteva la testa deluso e commentava con disappunto: «Ah, gli Italiani!».

Serviva di una coronarografia, così mi avevano detto, programmata per tre giorni dopo. Il vecchio mi aveva detto che anche lui aspettava quell’esame, era da venti giorni che glielo rimandavano.
Il giorno precedente all’esame mi avevano portato un foglio informativo, dovevo leggerlo e firmarlo. Spiegava in che cosa consisteva l’esame, gli eventuali rischi e dovevo firmare l’accettazione di sottopormici. Santo Dio, se ne uscivo vivo era un vero miracolo! Mi aveva allarmato, proprio come le hostess quando prima di partire con l’aereo ti spiegano tutte le disgrazie che possono accadere durante il viaggio, in quale modo si potrebbe morire, e ogni volta io sono convinto che accadranno e mi raccomando l’anima a Dio. Avevo riconsegnato il foglio all’infermiera, firmato. L’avevo letto? Purtroppo sì. Mi aveva detto che dovevo stare tranquillo, era un esame di routine. Già, ma con le sue belle percentuali di insuccesso.
La sera alle nove era entrato un infermiere, non per le solite iniezioni  o pastiglie, quelle le avevamo già prese. Aveva con sé dei rasoi. Anche il mio compagno di stanza aveva l’esame per l’indomani. Ci aveva chiesto di spogliarci, ci doveva depilare dall’ombelico fino al ginocchio. Altro imbarazzo. Si era munito di guanti e aveva iniziato a radere. Anche i gioielli, non doveva rimanere un solo peletto. Guardavo altrove, sì, lo so, lui era abituato, ma sentivo imbarazzo quando mi spostava il pene a destra e a sinistra, mi sollevava i testicoli, passava e ripassava con attenzione. Terminato di tosarmi, era passato all’anziano, io ero andato a farmi una doccia, per eliminare ogni presenza di peletti. Mi ero guardato allo specchio, avevo solo pigiami con i pantaloncini corti  e spuntavano delle ginocchia bianchissime e sotto ero scuro, sembrava che portassi i calzini lunghi. Semplicemente ridicolo. Volevo chiedere al ragazzo se, già che c’era, mi depilava tutta la gamba, ma aveva già precisato, intuendo la domanda, che non era un estetista.

Il mattino seguente avevano portato via l’anziano. Io invece guardavo le gare e aspettavo, aspettavo, e il nervoso aumentava. Alle quattordici mi avevano avvisato che si rimandava di tre giorni, erano arrivate delle urgenze, persone con l’infarto, avevano assolutamente la priorità. Certo, lo capivo. L’anziano, sereno per aver fatto l’esame tanto atteso, aveva detto ridendo: «Da qui ci lasciano uscire solo in orizzontale!»A me l’esame l’avrebbero spostato ancora di altri tre giorni, aumentando l’impazienza, ma che si  poteva fare?  Era un esame che poteva salvare una vita e se arrivavano delle emergenze…

Dopo sei giorni dalla prima depilazione, verso sera, era entrata in camera un’infermiera bellissima e mi aveva chiesto se erano cresciuti i peli, poca cosa avevo risposto, allora si doveva fare un altro passaggio col rasoio. Come? Ero turbato, non avrei mica dovuto sottopormi a una sua rasatura? Oddio! Ma che razza di figura avrei fatto? Se si metteva a spostarmi il pene e a toccarmi i testicoli… Oddio, mamma che imbarazzo! No, forse avrebbe chiamato un maschio, ma sì, dai, avrebbe chiamato un maschio. Sicuramente i maschi non depilano le pazienti e le femmine non depilano i pazienti, sì dev’essere così. E invece era ritornata lei con tre rasoi usa e getta. Oddio a che figuraccia mi sarei sottoposto! A che cosa dovevo pensare per tenerlo quieto?
«Si bagni con l’acqua e poi ripassi dove i peli sono spuntati. Gliene lascio tre, ma con uno dovrebbe fare tutto!», che fortuna, avevo evitato di essere toccato da una donna! Avevo capito come il contesto giochi una parte fondamentale: chi non avrebbe gradito essere toccato da lei? Ma non lì.
Finalmente mi avevano fatto l’esame. Mi avevano infilato nell’arteria la telecamerina e da un monitor si poteva vedere tutto, anche quando iniettavano il contrasto. Che strano, ma quello che vedevo nei monitor era il mio corpo? E quello era il mio cuore dispettoso? Incredibile.
Ero tornato in reparto. L’anziano si stava vestendo, se ne ritornava a casa. In verticale. Tanti auguri! Anche a lei!
Avevo passato la notte da solo, senza il fastidio del televisore. Mentre stavo per addormentarmi mi ero svegliato di soprassalto, mi sembrava di non riuscire a respirare.  La cosa si ripeteva a ogni perdita di coscienza. Avevo chiamato soccorso. Le infermiere avevano fatto intervenire il medico; dopo che gli avevo spiegato il problema  aveva ordinato alle infermiere un medicinale e mi aveva salutato. L’infermiera mi aveva detto che le gocce mi avrebbero tranquillizzato, ero solo nervoso. Avevo provato a rilassarmi e, sotto l’effetto delle gocce, ero riuscito a dormire.

Il pomeriggio seguente il letto vicino era stato occupato da un uomo insopportabile, un vero orco. Lo avevano accompagnato la moglie e la figlia, che vivevano in soggezione e sembravano represse da quel marito padre padrone. Urlava, comandava: «Fai», «Alzati», «Prendi», «Muoviti», il grazie non era presente nel suo vocabolario. Per spostarsi doveva aiutarsi con un trespolo e sbatteva non curante ovunque e disprezzava tutto e tutti. Non sono andato al di là di qualche frase convenevole e, per evitarlo, me ne andavo spesso con mio lettore mp3 nella saletta di attesa, davanti all’unità coronarica, vicino alla finestra che dava sul Pronto Soccorso. Non era una bella visione, ma sempre meglio dell’orco.

In quei giorni i parenti e qualche amico erano venuti  a farmi visita. Mio zio Roberto e mia zia Daniela erano venuti due volte nel giro di due giorni. La seconda volta era perché avevano partecipato a una messa che il centro dialisi aveva voluto per ricordare Rinaldo a un mese dalla morte e li avevano invitati.  Rinaldo, ovvero la semplicità che contagia i cuori. Rinaldo che non è mai stato un paziente in dialisi, ma un amico che infermieri e dottori curavano.
Anche i bambini erano venuti più volte a trovarmi. Ero felice di vederli, ma mi faceva male, mi riportavano a tristi ricordi. Mio padre era un cuoco, non aveva la patente, si spostava solo con i mezzi pubblici. D’inverno andava a lavorare in qualche ristorante perso per la provincia o per la regione, veniva a casa qualche ora solo nei giorni di chiusura. Quando non lavorava era in ospedale, aveva anche lui il cuore ballerino. E mi ricordo di papà soprattutto nelle corsie di un ospedale, in pred al dolore che mascherava per non farmi soffrire. Rivedere i miei figli che venivano a trovarmi, che si annoiavano, che giocavano e venivano ripresi che non si poteva, che erano in ospedale, mi riportava a quei dolorosi giorni. Ero felice di vederli ma come li baciavo desideravo che li portassero via subito.
Tra le persone che erano venute a trovarmi c’era mia zia Nelia (diminutivo di Cornelia) col marito. Abitano a Grugliasco, in provincia di Torino (sempre per la storia dei terroni del nord), tornano da queste parti per i matrimoni o per i funerali. Ma di matrimoni in vista non ce n’erano. Io ero appena uscito dall’unità coronarica. Come l’avevo vista entrare in camera avevo avuto un sussulto e l’avevo accolta con un: «Che cazzo ci fai tu qui?», non c’erano matrimoni in vista, poteva essere arrivata solo per un funerale e non era morto nessuno… al momento!
Mi aveva spiegato che erano arrivati invitati dallo zio Beppino che per la domenica successiva aveva organizzato una grande festa di compleanno, essendo lui il primo dei fratelli ad aver traguardato i settant’anni, gli altri erano tutti morti prima. Papà a quarantadue.  Ai parenti che erano venuti i giorni seguenti avevo chiesto se era vera la storia della festa, tutti avevano confermato. O era vero o si erano messi d’accordo.

L’ultima sera l’avevo condivisa con l’orco. Era  tutto un lamentarsi, non per i dolori, ma perché non aveva le due serve vicino e doveva arrangiarsi.
Anche quella sera non ero riuscito ad addormentarmi, al momento del sonno mi prendeva un’ansia che non riuscivo a spiegare. Avevo chiamato soccorso. Avevo spiegato all’infermiera che avevo il solito problema. Era tornata per misurarmi la pressione, e l’orco insisteva che doveva dare retta a lui, che aveva un sacco di problemi, doveva aiutarlo, insomma, era un malato anche lui, doveva ascoltarlo.  Ma lei non gli dava retta, la pressione era a posto, aveva fatto ritorno con le solite gocce e poi era andata dall’orco che aveva il pappagallo da svuotare.
L’indomani alle sei era passata la signora delle pulizie, aveva pulito la stanza e il bagno ed era andata oltre. L’orco si era alzato, con il pappagallo pieno in mano, aveva appoggiato sul trespolo l’asciugamano e si era diretto in bagno.
Avevo aspettato che le infermiere passassero per il solito controllo della pressione e della temperatura, il solito prelievo, la consegna delle pastiglie, quindi mi ero diretto in bagno pure io. C’era un lago di piscio ributtante. Quel pezzo di merda non so che cosa avesse combinato, ma non si era neppure degnato di chiamare qualcuno, scusarsi e far pulire. Avevo raggiunto la signora delle pulizie e le avevo chiesto la cortesia di ritornare.
Dovevo litigare? No, avrei semplicemente aspettato la visita dei medici, se mi dimettevano, com’era probabile, bene, altrimenti avrei chiesto che mi cambiassero stanza e, se non era possibile, avrei spinto il mio letto in corridoio, io con quello lì non ci volevo più stare.
Per fortuna mi dimettevano. Ero andato in saletta d’attesa col mio lettore mp3 e aspettavo che un’infermiera o un medico mi avessero chiamato per il foglio di dimissione. Mi avevano chiamato verso mezzogiorno.
Confermato, era pericardite. Non avevano individuato il virus, non si conoscono ancora tutti, ma tutto faceva pensare alla pericardite. Dovevo seguire una cura, il primo mese questi medicinali, poi quest’altri. Un controllo più avanti. Era tutto. Un momento, per quanto tempo dovevo prendere le medicine? Per sempre.
Per sempre? Mi ero sentito invecchiato di vent’anni anni. Per sempre.

Mamma mi aveva confidato che le sembrava strano che non mi fosse ancora capitato qualcosa. Le avevo chiesto perché. Perché lei i problemi di cuore aveva cominciato ad averli a quarantacinque anni e buon sangue non mente.
Il giorno dopo ero andato dal medico che sostituiva il mio, mi ero fatto dare le ricette e dei giorni di malattia che copriva la settimana, poi mi sarei recato dal mio che rientrava dalle ferie.
Mi aveva dato anche delle gocce per gli attacchi di pan… l’ansia che mi veniva la notte. Passare la vita con calmanti non mi andava. Le avevo prese solo per due sere, poi mi ero imposto di vincere quelle stupide ansie, dopo una settimana avevo cominciato ad addormentarmi naturalmente.
Il lunedì successivo ero andato dal mio medico. Mi ero fatto dare le impegnative che servivano, avevo consegnato la risposta dell’ospedale e gli avevo detto che non mi servivano altri giorni, mi sentivo bene.
Lui dopo avermi guardato serio aveva risposto: «Allora tu non hai capito che cosa ti è successo. Io ti do altri dieci giorni».
Certo che avevo capito che cosa era successo.
Avevo sognato che mi cadevano i denti. La bocca era piena perchè due denti enormi la occupavano e muovevo a fatica la lingua. Ma ce n’era un terzo che ballava e io spingevo perché cadesse, ma non c’ero riuscito, era ritornato fermo al suo posto.

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Ho sognato che mi cadevano i denti (5 di 6)

Naomi

Rinaldo era stato seppellito due settimane prima, era sera, fine luglio, faceva caldo, le finestre facevano passare la piccola brezza che ristora, quando il telefono mi aveva chiamato:
«Sono Michele. Ha chiamato tua cugina Loli, è morta Naomi, la figlia di Petra».
Due anni, due soli striminziti anni. La sto guardando nella fotografia, e vedo la voglia di vivere, la fiducia nel futuro, la bellezza del mondo racchiusa in quel sorriso.
Naomi non l’ho mai conosciuta, era la figlia di Petra, che è figlia di mia cugina Paola, da parte di madre.
Due anni, appena il tempo di riempire di gioia le vite vicine e poi è sparita.
Una vita finita in modo atroce, violento, ingiusto: annegata.
Non l’avevo mai conosciuta eppure sentivo un vuoto dentro, un’impotenza, un’incredulità: due anni.
Il giorno dopo ero andato al lavoro, ma avevo un chiodo fisso, un nome, il suo nome. Avevo cercato un’edicola, dalla telefonata non aveva capito molto, forse un quotidiano locale mi avrebbe reso tutto più chiaro. A che scopo? Non lo so, forse per allontanare i fantasmi, forse per trovare parole consolatorie, ma pensavo ai miei figli, potevano sparirmi così, da un momento all’altro? Se io  sentivo un forte dolore che mi prendeva le viscere e il cuore, quanta sofferenza stavano passando i genitori di Naomi? Avevo cercato la pagina dell’articolo dettagliato, sulla prima c’era solo quello che già sapevo.
Avevo dato dell’imbecille al giornalista, ma era il modo di raccontare un dramma? Sembrava che la madre se ne fosse stata tutto il tempo al cellulare e il padre a cercarla nel canale.

Appena si scende dal ponte che collega Jesolo a Cavallino c’è un distributore di benzina, lì vive la bisnonna di Naomi. Petra la portava spesso da lei  e per ritornare a casa, viveva a un paio di chilometri da lì, in bicicletta percorrevva la pista ciclabile che costeggia il canale Casson, vicino alle valli. Laddove il canale finisce nel fiume Sile ci sono delle porte che vengono aperte e chiuse per regolare l’afflusso d’acqua. Quando sono chiuse formano una passerella che consente di andare dall’altra sponda del canale dove c’è un ristorante.
Madre e figlia si trovavano lì, la bimba amava lanciare del pane ai cigni e quel giorno, per qualche motivo, o si è esposta troppo col corpo o è scivolata, è caduta nel canale, la madre non è riuscita ad afferrarla, ha iniziato a urlare a chiamare aiuto, dal ristorante è uscita gente e qualcuno si è tuffato. Il canale è profondo un paio di metri. Poi lei ha chiamato il marito che lavora a tre chilometri da lì. Arrivato si è tuffato a sua volta per cercare la bambina (intanto di minuti ne erano già trascorsi tanti, l’angoscia di non trovare la bambina tracimava in disperazione). Nel frattempo erano arrivati l’ambulanza, l’eliambulanza, i vigili del fuoco, la polizia. Ma la bambina non si trovava, poi il padre e il ristoratore erano riusciti a strapparla alle acque. Per cinquanta minuti i medici hanno insistito sul corpicino per farlo rianimare, ma non è servito.
Una morte orrenda,  se poi a subirla è un essere innocente di due anni non la si accetta. È talmente obbrobriosa che fatico a trovare le parole per continuare, temo di ferire la memoria della piccolina e il dolore di chi le ha voluto bene.

È una morte a cui l’uomo e le sue opere urbanistiche hanno contribuito moltissimo. La pista ciclabile è priva di un guardrail, il canale è cementificato, quindi se ci cadi dentro non hai la possibilità di aggrapparti a qualcosa.

Qualche tempo prima a una ragazza di ventisette anni era caduto dentro il cane, senza pensarci si era tuffata, e aveva constatato che non si poteva uscire, in più il fondo è pieno di ferri e di vetri che spuntano tra il cemento e feriscono. Si erano feriti pure i soccorritori di Naomi.  A quella ragazza era andata bene, era riuscita a salvarsi perché le porte erano chiuse, e quindi non c’era corrente. Quando è caduta Naomi erano aperte, la corrente era tanta e c’erano molti mulinelli. Troppe avversità per un corpicino di due anni.

Per i funerali si è dovuto attendere la fine delle indagini, ciò che per noi era una disgrazia per il magistrato poteva essere un omicidio. In quattro giorni avevano fatto le pulci a tutti e avevano concluso che si era trattata di una fatalità.

Mi sono fermato varie volte, è difficile continuare questo racconto; l’orrore e l’ingiustizia prendono il sopravvento e la scrittura viene meno.

A due anni di distanza quella bambina sconosciuta mi viene a turbare spesso, non riesco a capacitarmi della sofferenza inutile e gratuita che ha dovuto subire: perchè?
Della sua breve vita e della sua tragica morte, ho cercato di farne tesoro con i miei bambini. Alle volte mi pare di farle del male, di usarla, povera creatura, quando la porto a esempio alla mia bambina, che ha tre anni di più. «Stammi vicino, dammi la mano». Due inverni fa, Naomi era morta da qualche mese, eravamo a Portogruaro, presso i due mulini che stanno nel bel mezzo del fiume Lemene, un punto dove la corrente è molto forte. Lei voleva andare a vedere, le avevo detto di darmi la mano, «Altrimenti posso morire come Naomi», aveva concluso lei. Già, è così. La piccola Naomi in casa mia è diventata un’educazione comportamentale e non solo, mia figlia aveva capito che la morte poteva colpire anche i bambini. Ma faceva fatica a metabolizzarlo. Mi chiedeva spesso se era in cielo, rispondevo di sì, se stava bene, rispondevo di sì, e concludeva che se moriva pure lei andava a stare bene. Però la mamma e il papà erano in pianto, non potevano più giocare con lei… era difficile per lei capire. Lo è per tutti.
Il giorno del funerale avevo portato entrambi i miei figli, mio figlio allora aveva otto anni. Gli avevo chiesto se voleva dare un ultimo saluto alla piccola. Era educarlo alla presenza della morte, e ho usato lei, piccola Naomi. Mi aveva risposto di sì, ci siamo appartati in un angolo. Nessuno aveva osato avvicinarsi alla bara, c’erano solo il padre seduto da un lato, spento, incredulo, vinto e la madre piangente in piedi dall’altro, che continuava ad accarezzare i capelli della figlioletta: una sacra famiglia distrutta. A mio figlio avevo detto le solite cose, che sembrava stesse dormendo, non c’era da temere, ma bisognava aiutarla ad andare in cielo, serviva una preghiera.
Anche il parroco durante l’omelia aveva posto la domanda che ci eravamo posti e ci poniamo tutti: Dov’era Dio?
Io ho voluto abbarbicarmi alla notizia che mi era giunta tempo dopo. Cristian, il padre di Naomi, quell’ultima mattina stava pettinando la piccola quando lei gli aveva chiesto:
«Chi è quella bella signora?»
«Quale signora?»
«Quella!»
Ma nella stanza non c’era nessuno.
La ragione mi dice che non è vero, ma il cuore vuole sperarci. Spero che quella bella signora, quando Naomi è stata inghiottita dalle acque, l’abbia accolta subito tra le sue braccia, le abbia cantato la ninna nanna che scaccia ogni male e che fa addormentare serenamente ogni bambino.

Qualche giorno dopo mia moglie mi aveva chiesto nuovamente con tono preoccupato: «Quanti denti avevi sognato?»
«Ancora con questa storia! Smettila, per cortesia!»

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Ho sognato che mi cadevano i denti (4 di 6)

Rinaldo – terza parte

Rinaldo aveva perso tutto ma aveva trovato i familiari disposti a sostenerlo. Trascorreva sei mesi con una zia e sei mesi con l’altra, ma nessuno gli aveva mai fatto mancare niente, soprattutto l’assistenza medica, non godeva di buona salute. Rinaldo non si era lasciato sopraffare dal dolore, aveva girato in lungo e in largo il suo nuovo paese, molti lo conoscevano, era andato anche a cercarsi un lavoro.
E il lavoro era stata la prima bella sorpresa. Il posto di magazziniere a  Castellanza lo aveva trovato solo perché il proprietario aveva avuto un figlio come Rinaldo, morto qualche tempo prima. Mosso a pietà, ben sapendo che stava assumendo un debito, lo aveva inserito nella sua struttura come magazziniere.
Ma per lo zio Roberto le sorprese non erano finite. Aveva  scoperto che non avevano mai avviato pratiche per riconoscergli una disabilità. Aveva avuto il suo bel da fare, lui e la moglie, per ricostruire tutte le pratiche perché gli fosse riconosciuto il suo stato e quindi accedere a un sostegno statale o a poter avere qualche priorità per accedere a un lavoro nel pubblico impiego.

Aveva cominciato ad affezionarsi ai cugini che aveva in paese, quello più vicino alla sua età aveva undici anni di meno, qualche domenica se lo portavano con loro, aveva legato soprattutto con i figli dello zio Roberto, in modo particolare con Sabrina, andava all’Università, con lei poteva discutere alla pari, avevano molte conoscenze, e poi era giovane, cordiale, femmina e probabilmente a lui la figura della donna mancava moltissimo.
Tanto che delle cugine degli zii avevano gridato allo scandalo quando, bisognoso di punture, si era recato da loro, che erano delle infermiere in pensione, per le iniezioni. Quando si era slacciato i pantaloni erano rimaste sconvolte: indossava dei collant!
Una zia lo aveva avvicinato e gli aveva chiesto se era vero. Sì, era vero, ma che male faceva a indossare dei collant? Chiedo a tutti: che male faceva? Non faceva del male, solo che il mondo non era pronto ad accettare una cosa simile, se proprio lo voleva che li indossasse, ma se doveva recarsi da un medico, farsi le iniezioni o comperarsi un paio di scarpe, che lo evitasse. Messaggio immagazzinato.

Se c’era una cosa che Rinaldo amava era mangiare, mangiare tanto e mangiare bene. Era lento, ma mangiava con continuità, non si fermava mai, se qualcuno continuava a buttargli roba sul piatto lui mangiava, non diceva mai basta. Quello era rimasto il suo unico grande piacere.
Ma la salute cagionevole gli stava rubando anche questo. Le reni non depuravano più: dialisi. E con la dialisi una dieta ferrea, addio a tutto, addio ai gozzovigli. A giorni alterni la vita era vincolata a una macchina che gli depurava il sangue, lunghe ore che lui occupava leggendo.
Ma anche in quell’ambulatorio Rinaldo aveva dispensato tutta la sua umanità, aveva chiesto informazioni su tutti e aveva immagazzinato. Sapeva farsi voler bene perché era rimasto semplice come un bambino. Era premuroso, aveva parole buone e ricordava le cose: «Dottore, deve comperare dei fiori, oggi è il compleanno della sua signora, e stasera si va a cena in un bel ristorante!»
Gli avevano trovato lavoro in comune, qualche ora, come… boh! Che incarico poteva mai ricoprire? Portare della posta da un ufficio all’altro, non molto di più.

Poi un giorno era più svogliato del solito, non si sentiva bene, anche zia Daniela lo vedeva strano. Serviva forse uno strappo alla regola: lo voleva un caffé? Altro che. Ah, che aroma! Ah, che sapore! Ah, che piacere!
Ma non stava bene, era partito per la solita dialisi. E in ambulatorio aveva accusato ancora della sofferenza, era stato soccorso e, vedendo la gravità della situazione, erano stati chiamati i parenti. Lo avevano ricoverato.
La sera gli zii erano  attorno al suo letto, sembrava avesse recuperato le forze, era sereno, lui desiderava dormire, ma non voleva chiudere gli occhi, voleva prima salutare una persona. Solo dopo che l’aveva vista entrare aveva potuto perdonare il mondo per avergli tolto la madre, il padre, il piacere di mangiare, l’aver lasciato Castellanza: Sabrina era arrivata, era lì a chiedergli come stava. A lei aveva donato l’ultimo sorriso, al volto di donna che avrebbe portato con sé.
Aveva chiuso serenamente gli occhi, poi la voce più bella del mondo che gli aveva ordinato: «Uè, giovanotto, alzati, si va!»

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Ho sognato che mi cadevano i denti (3 di 6)

Rinaldo – parte seconda

Poi con l’arrivo dell’adolescenza e dell’età matura ci si vedeva sempre meno, in genere rubavano un’ora alle loro ferie per venirci a trovare, niente di  più. Noi in ferie non c’eravamo mai andati. Vivendo in una zona balneare non esisteva l’estate, esisteva la “stagione”; l’anno noi lo suddividiamo in Primavera, Stagione, Autunno, Inverno. Stagione significa il periodo del lavoro, trovarne uno, averel’occasione per poter portare a casa dei soldi. E nel rimanente periodo dell’anno te ne stai a casa, mica ci si fa ricchi se non si è proprietari di un’attività, e noi non lo eravamo.
La loro vita proseguiva tranquilla, lavoravano tutti e tre, quindi problemi finanziari non ce n’erano, bastava e avanzava la condizione di mio cugino per non essere felici. Mi era capitato di fare loro un paio di visite quando, per lavoro, ero rimasto per un mese e mezzo a Milano. Insomma nessuno sapeva più niente dell’altro, si sapeva solo che eravamo parenti.

Gli zii avevano pensato più volte a quale futuro dare al figlio dopo la loro morte: chi se ne sarebbe preso cura? Loro vedevano il traguardo della pensione sempre più vicino, quindi anche i loro anni da vivere si stavano riducendo. Probabilmente ci pensava più la zia, aveva girato per istituti, aveva consultato i responsabili per poter capire in che modo Rinaldo potesse avere vissuto senza sentirsi un ricoverato ma una persona libera, magari ospitandolo e offrirgli dei lavoretti semplici, un aiuto dell’aiuto custode.
Ma la soluzione zia non aveva potuto trovarla. Il caso aveva pensato a scombinarle le carte. Era andata via col marito, il figlio era solo in casa, dovevano recarsi presso un’agenzia viaggi per prenotare una vacanza chissà dove.
Avevano viaggiato molto e Rinaldo aveva potuto conoscere tanto del mondo, o meglio, aveva assorbito e catalogato molte esperienze, peccato non avesse avuto la capacità di elaborarle.
Era stato anche in Turchia. Ricordo che mi avevano raccontato che con loro era partito pure un altro zio con relativa consorte. Erano in un negozio ma non riuscivano a capirsi con il negoziante. Quest’ultimo allora aveva parlato loro in inglese, ma gli zii si guardavano l’un l’altro chiedendosi vicendevolmente se avevano capito qualcosa. No, nessuno aveva capito, così erano usciti. Per strada si lamentavano della loro ignoranza e di quanto fosse importante conoscere l’inglese. Poi il padre si era rivolto al figlio: «Rinaldo, tu a scuola hai studiato l’inglese, non hai capito neanche tu quello che ha detto il signore?»
«Sì, ha detto questo, questo e questo.»
«Ma perché non ce l’hai detto?»
«Mica me l’avete chiesto!»
E già, nella sua mente aveva anche catalogato l’informazione che quando i grandi parlano non li si disturba.
Ma quel giorno in agenzia viaggi gli zii non erano riusciti ad arrivarci, una mancata percedenza a un incrocio, uno schianto violento e le lamiere accartocciate  avevano allarmato e richiamato la gente vicina.
I vigili erano andati all’indirizzo scritto sui documenti e avevano bussato alla porta. Aveva loro aperto un uomo sui trent’anni, questi li aveva informati che era il figlio delle persone da loro citate.
«Dobbiamo darle una brutta notizia, c’è stato un incidente: sua madre è morta, mentre suo padre è gravissimo all’ospedale». E adesso arrangiati, uomo di trent’anni.
I fratelli dello zio si erano attivati subito, a periodi alterni partivano dall’est del Veneto, da Ceggia, per raggiungere l’ovest della Lombardia, Castellanza, sia per accudire Rinaldo, sia per  assistere il fratello. Per fortuna i nonni avevano osservato puntualmente le direttive di Mussolini che voleva tanti figli e loro ne avevano sfornati nove, due femmine e sette maschi.  Al tempo dei fatti all’appello ne mancavano due, il più vecchio e mio padre, divorati entrambi dal solito male.
Quando lo zio era tornato a casa dall’ospedale, avevano dovuto pensare a una soluzione per gestire la nuova realtà;  padre e figlio avevano bisogno di cure e nessuno poteva sobbarcarsi per anni l’idea di pendolare dalla provincia di Venezia a quella di Varese, avevano tutti lavoro e famiglia. Dovevano tornare al paese, vicino ai fratelli. Lui era in pensione e a Rinaldo un lavoro in qualche modo lo si trovava. Lo zio era scettico, non era semplice trovare lavoro a Rinaldo. Ma da qualche parte avrebbero avuto bisogno di un magazzinere, dalle loro parti stavano spuntando capannoni come funghi.

Così avevano venduto tutto e si erano trasferiti in un appartamento in centro a Ceggia che distava a meno di un chilomentro dalle case di quattro fratelli, così a turno le zie andavano ad accudirli.
Rinaldo era cagionevole di salute, problemi renali, aveva bisogno di visite, andava seguito. Andava seguito anche in casa, zia Riccarda li aveva viziati per bene, non erano autonomi in niente.
Una zia aveva chiesto a Rinaldo di lavarsi i piatti, acqua tiepida, del detersivo per i piatti, questo, li passava con una spugna, poi li sciacquava e li riponeva, le posate prima di riporle andavano asciugate con un canovaccio e poi riposte in ordine. Capito? Bene, lei se ne era ritornata a casa e sarebbe tornata alla sera per preparare loro la cena. Quella sera si era trovata la cucina tutta  schiumata e Rinaldo incapace a riparare il danno. Lei aveva avuto un fratello con problemi simili, così era andata a cercare l’atavica pazienza e, dopo aver pulito, aveva ridato le indicazioni corrette. Le aveva trovato un misurino, quella era la quantità di detersivo che doveva versare, non mezzo flacone.  Un programmatore informatico sarebbe stata la persona ideale per spiegargli le cose, considera tutte le variabili e a ogni condizione detta le soluzioni, non lascia niente al caso, altrimenti il computer può andare in errore. Così era Rinaldo, o le notizie erano chiare e complete, e allora c’era un discreto margine di successo, oppure l’errore, con i disastri che ne conseguivano, era certo.

L’unica volta che Rinaldo aveva dato dimostrazione di avere più intelligenza degli altri era stato quando il padre aveva deciso di trasferire la salma della moglie da Castellanza a Ceggia. Anche i fratelli erano concordi. L’unico che non si dava pace era lui. Tra le sue caratteristiche la più evidente era la tirchieria, ti dava l’anima ma non i soldi. Saputo che il trasferimento sarebbe costato quindicimilioni di lire, aveva dato dei pazzi a tutti, insisteva che era una cosa senza senso, e gli altri ridevano pensando alla sua tirchieria. E io sono sempre stato d’accordo con lui: perché buttare quindicimilioni per trasferire una cassa di legno che conteneva ossa e vermi? La madre lui ce l’aveva sempre vicina, forse quando qualche zia lo richiamava sentiva ancora nella sua testa: «Uè, giovanotto!»

Però il nuovo equilibrio trovato, la nuova casa, l’aiuto condiviso delle parenti che vivevano vicino era stato messo in subbuglio dal male, dal solito male, quello che non perdona, che non ha pietà, che non ha rimedio. Zio Giulio era entrato nella già ben nutrita lista familiare di coloro che avevano il brutto male, che ci fa così tanta paura da non riuscire a dire il nome.
Prima di morire zio Giulio aveva strappato la promessa al fratello più giovane che si sarebbe occupato del figlio, che non lo avrebbe spedito in un istituto, che non lo avrebbe permesso, avevano molti risparmi, avevano l’appartamento, non glielo lasciava nudo. E Rinaldo, in poco tempo, si era trovato solo, privo dei suoi sicuri riferimenti, il suo mondo doveva essere tutto ricostruito.

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Ho sognato che mi cadevano i denti (2 di 6)

Rinaldo – prima parte

Mi ero appena lavato e me ne stavo al balcone di camera mia ad accogliere la frescura della sera, la mia famiglia era tutta davanti al televisore, io ci vado poco, è un mezzo che mi annoia, non sopporto guardare uno spettacolo o seguire un film interrotto in continuazione dalla pubblicità, mi toglie il coinvolgimento alla storia, perdo la partecipazione, l’immedesimazione e a quel punto perde di senso continuare a seguirlo. Anche perché mi innervosisce quel nevrotico saltare di canale in canale per seguire per cinque, sei minuti qualcos’altro quando c’è un’interruzione pubblicitaria. Si segue per un paio di minuti una cosa, pubblicità, cambio canale, un paio di minuti un’altra, cambio canale, pubblicità, cambio canale, pubblicità, ritorno al canale del film, ed è già ripreso e si è persa un po’ di trama. Non, non fa per me una simile nevrosi.
Il telefono stava squillando, ero andato a rispondere, era mio cognato:
«Hanno chiamato i tuoi zii: è morto Rinaldo!»
Devo aver balbettato qualcosa, avevo chiesto del funerale e avevo salutato. Mia miglie mi aveva chiesto che cosa era successo. Le avevo riferito della morte di Rinaldo e la voce mi si era rotta e avevo avuto un accenno di pianto. Ero tornato in camera. Ero sorpreso di quella reazione, non mi aspettavo le lacrime, non è che lo avessi frequentato chissà poi quanto. Però Rinaldo è una di quelle persone che rimangono, sono avvolte da un alone di magia, perché semplici.
Era mio cugino, il cugino più vecchio della discendenza dei Camatta (con due t, io ne ho solo una, ignoranza dell’impiegato dell’anagrafe nel registrare il nome di mio padre quando si era sposato e aveva trasferito la residenza da Ceggia a Jesolo), aveva un anno più di me.
Era un lumbard. Mio zio Giulio, suo padre, era partito da giovane (così come avevano poi fatto altri miei zii e come aveva fatto mio padre) per andare in Lombardia a cercare lavoro. I Leghisti fingono di dimenticarlo, ma i Veneti erano definiti i “terroni del nord”, gente povera che per sopravvivere cercava fortuna altrove.
Era andato in Brianza, aveva trovato lavoro e aveva trovato l’amore. Con mia zia Riccarda aveva comprato casa a Castellanza e lì era nato Rinaldo. Ma alle volte accade che non sono sufficienti l’amore, i progetti, le speranze per mettere su famiglia, almeno la famiglia felice che tutti si augurano. Nell’alchimia dell’amore capita che il sangue esige di dire la sua e scombina i piani, il sangue di Giulio e di Riccarda avevano qualcosa di cui lamentarsi l’uno dell’altro e Rinaldo aveva pagato la lamentela. All’apparenza era una persona normale, ma il suo cervello non cresceva, rimaneva quello di un bambino, così mi aveva spiegato mamma. Oggi credo di poter affermare  che soffriva di una forma di autismo.
Avevano avuto anni dopo anche una figlia, Roberta, pure lei aveva dei problemi, ma era rimasta al mondo pochi mesi.
Zia Riccarda aveva deciso di crescere Rinaldo come un qualsiasi altro bambino. Non che non fosse cosciente dello stato del figlio, solo non voleva isolarlo, chiuderlo tra quattro mura con gente competente, voleva comunque dargli ogni possibilità che avrebbe poi affrontato con tutti i suoi limiti. Ma sapeva che erano tanti, anche se non lo dava a vedere. Una volta mamma si era lamentata di me, (avevo pochi anni) non so per quale motivo, con lei. Lei le aveva subito risposto di non lamentarsi, almeno aveva un figlio normale.
Zia era il motore della famiglia, mio zio mi ha dato sempre l’impressione di essere uno che viveva al traino, incapace di decidere alcunché, incapace di gestire qualsiasi situazione.
Rinaldo aveva frequentato tutte le scuole dell’obbligo e aveva trovato pure lavoro. Faceva il magazziniere.

E con la famiglia aveva viaggiato, aveva girato il mondo, aveva conosciuto luoghi e Paesi che io  credo non avrò mai l’opportunità di visitare. Era riuscito pure a prendere la patente di guida. Mi son sempre chiesto chi siano stati quei disgraziati. Una volta ero stato a Castellanza ed ero salito sulla sua Peugeot, l’unica macchina che non causava il vomito a mia zia, per andare non mi ricordo dove. Guidava lui. Mi ricordo che a un incrocio mi aveva ripetuto fino alla noia che prima si guarda a sinistra e poi a destra, prima a sinistra e poi a destra. La strada era libera, lo avevo invitato a partire, ma lui stava fermo, non l’avevo vista l’auto laggiù? Cavolo, era ancora a Busto Arsizio, ci avrebbe impiegato venti minuti prima di arrivare.

Aveva una grande memoria, leggeva molto e quello che leggeva rimaneva ben immagazzinato nella sua testa, era un’enciclopedia ambulante, così come gli rimanevano bene in testa molti episodi della vita.

Era venuto in villeggiatura da noi una quindicina di giorni.  Dormiva in camera con me, avevo quindici anni. Un giorno mia sorella, di sette anni, mi aveva chiesto come si riproducevano i pesci. Oh bella, come si riproducono i pesci? Avevo cercato inutilmente in una enciclopedia, poi l’illuminazione: «Rinaldo, come si riproducono i pesci?». E Rinaldo era partito con la spiegazione. Quando cominciava a parlare non lo fermavi più, io almeno non ci sono mai riuscito. Continuava come una nenia con il suo accento lombardo a dire cose e poi si perdeva, se facevi domande non rispondeva, prima doveva terminare il suo pensiero, ed era sempre un pensiero molto, molto lungo, elaborato, inesauribile, trovava agganci per dire altro e altro ancora. Andava a finire che lo lasciavo dire e pensavo ai fatti miei sopportando quel ronzio di sottofondo.
In quei giorni lo portavo in giro con la compagnia di amici che avevo. Un’esperienza nuova per lui muoversi in gruppo con dei coetanei. Una sera mi aveva chiesto se tutti quei ragazzi erano amici miei. Gli avevo risposto di sì. Ma andavo in giro con tutti loro? Erano una decina. Sì. Si era fatto serio. Mi aveva detto che ero fortunato. Poi, timidamente, mi aveva chiesto: «E adesso sono anche miei amici?» Mi aveva commosso, non pensavo che vivesse in così grande solitudine. «Ovviamente sì», avevo risposto.

Poi aveva sempre dei grossi progetti in mente. Eravamo entrambi ospiti di nonna a Ceggia, andavamo tutto il giorno tra i campi con lo zio Angelo. Ci aveva coinvolto nella raccolta delle barbabietole che lui eseguiva a mano, non chiamava i mezzi meccanici, non lo so il motivo. Mamma stava lavorando stagionalmente nella fabbrica Eridania, producevano zucchero. Un giorno Rinaldo le aveva chiesto se poteva portargli a casa un pezzettino di fabbrica che voleva produrre lo zucchero da sé.
Era stato durante quel periodo che mi aveva sorpreso zia Riccarda. Ricordo il suo continuo e imperativo «Uè, giovanotto!» che rivolgeva al figlio per richiamare la sua attenzione, spesso era assorto nei suoi pensieri, ma lo usava anche con me, per abitudine (spero). Era pomeriggio stavamo tutti seduti, io Rinaldo e la zia,  sotto la pergola di uva moscata e zia, mentre stava rammendando, erudiva Rinaldo alla sessualità. Ero a disagio, mamma non mi aveva mai spiegato niente, io ho dovuto arrangiarmi con le notizie che arrivavano dagli amici e dai giornaletti che alle volte ci capitavano tra le mani. Gli stava spiegando che il suo corpo era nell’età della trasformazione, che gli si sarebbero abbassati i testicoli, se già non lo erano, sarebbe spuntata la peluria e avrebbe cominciato a sentire strani pruriti, sarebbe cambiata la voce, da quel momento sarebbe diventando un uomo fertile. Rinaldo ascoltava attento, io con disagio. La zia mi aveva chiesto se avevo già la peluria, dovevo essere diventato rosso scuro, avevo risposto di sì. «Vedi tuo cugino è già avanti in questa fase». E già, avevo  i pruriti che dovevo confessare al prete, io.

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Ho sognato che mi cadevano i denti (1 di 6)

Prologo

La canicola estiva trasformava le notti in umidità insopportabile. A nulla valevano le finestre spalancate e le persiane leggermente alzate per lasciar passare un briciolo d’aria che lenisse la sudorazione. Faceva caldo, era Luglio, i corpi mezzi nudi che cervavano di dormire venivano infastiditi dall’umidità e, quando gli zampironi erano consumati o le piastrine elettriche erano esaurite, a importunare erano le zanzare, che disturbavano più per il ronzio che per la puntura.
In una di quelle notti, forse stava giungendo mattina, altrimenti come facevo a ricordarmelo, avevo fatto un sogno strano. Mi aveva lasciato sgomento, ma l’avevo tenuto per me. Ero andato regolarmente al lavoro e solo alla sera, durante la cena, non so perché, forse per chiacchierare un poco con la mia signora, per raccontare qualcosa che desse un senso alla giornata piatta che avevo trascorso, avevo raccontato del sogno.
Ero solo, in nessun ambiente particolare, anzi non c’era proprio niente intorno solo un’atmosfera tra il rossastro e il marrone, ero come sospeso, perché non ricordo di essere stato seduto o disteso o in piedi, Mi trovavo come senza gravità. Mi sentivo un fastidio alla bocca, la mia lingua toccava i denti, si spostava sopra e sotto da destra a sinistra, quando mi sono ritrovato la bocca occupata da denti caduti. Ma non denti normali, erano enormi, mi impedivano di muovere la lingua e mi sentivo la bocca piena.
Non era un gran ché come sogno, ma non so per quale motivo, mi aveva turbato. Mia moglie non aveva dato peso al racconto, almeno in quel momento.
Sere dopo mi aveva spiegato che il sogno significava morti in famiglia o tra i parenti. Era preoccupata. Mi ero messo a canzonarla, mica credeva a certe storie, vero? Ma lei non aveva risposto, era rimasta seria. Era evidente che si vergognava a confessarlo, ma ci credeva.
Poco male, bastava che non mi ossessionasse con questa idea.

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