Madonnina, Madonnina

È la prima volta che mi capita, ma ho ricevuto un sms da un numero che non ho in rubrica e che non so risalire a chi sia. Ma ha poca importanza, mi prude un po’ non sapere con chi ho a che fare, ma mi accontento di esporvi il testo. La mia signora dice di riceverne spesso, ma io in queste cose sono orso e mordo subito, invitando chi mi invia stupidaggini non gradite di non farlo più o di depennarmi dalla sua lista.

Appena letto il messaggino volevo non rispondere, ma poi  il polemico che dimora in me ha avuto la meglio. Ma andiamo con ordine.
Non lo so se sono attendibili o meno, credo di no, ma i farlocchi abbondano e le stupidaggini  si rimpallano nella rete per la gioia delle compagnie telefoniche.
Il messaggio giuntomi diceva questo:

Non si sa mai che porti un po’di fortuna!… L’ ho ricevuto da una persona che è a medjugorie…Ti chiede di riceverla…Ora dì a voce bassa: puoi entrare madonna io ho bisogno di te pulisci il mio cuore con le tue lacrime. Benedici la mia casa. Invialo a 5 persone e riceverai domani un miracolo. Se lo respingi ricorda che ella disse: se mi neghi fra gli uomini ti negherò davanti al padre. Tra 4 minuti ti daranno una buona notizia. Fidati un abbraccio

La domanda che mi sono posto subito è stata: chi è l’imbecille che me l’ha inviata? Ho cercato tra i numeri che ho in rubrica, ma non era uno di questi. Volevo lasciar perdere, però davanti all’uso becero della buona fede (è il caso di dirlo) della gente mi sento irritare tutto il corpo.
E così ho risposto, per capire se era una persona che ci credeva veramente a quelle parole. Ne sono nati tre sms.
eccoli in sequenza:

Io- Devozionismo consumista
Non so chi- No sbagliato “fottutissimo”comunista
Io- Hai ragione, sconosciuto messaggero, è devozionismo consumista e blasfemo

Ora, giusto per far presente a coloro che, per qualche vago sentimentalismo o per cabala ritenessero che al mio posto avrebbero spedito i messaggi, cerco di analizzare quello ricevuto.
Premetto che non è perché in una frase ci sia la parola Madonna, Dio o Gesù, si debba sentirsi in odore di eresia se la si contesta, la bestemmia forse la sta dicendo chi esprime quella frase.

Partiamo dall’inizio:
>Non si sa mai che porti un po’di fortuna!
Parte già invitandoti, in modo scaramantico e augurale, di toccare il corno, solo che poi il soggetto è la Madonna. Maria messa alla stregua del gobbo, del corno, del quadrifoglio, della merda che se pestata porta fortuna.

>L’ ho ricevuto da una persona che è a medjugorie
Quindi in contatto diretto con l’aldilà, uno scoop!

>Ti chiede di riceverla
Frase ambigua: chi mi chiede di riceverla? la persona o la Madonna stessa? Se è la persona poco mi importa, ma se è la Madonna…perché mi deve inviare un sms? (E perché no, dirà il bravo credente, forte della scena di “Aggiungi un posto a tavola” dove il prete viene chiamato da Dio al telefono)

>Ora dì a voce bassa:
Perché devo dirlo a voce bassa e non urlarlo di gioia? È un sms inviatomi da Maria!

>puoi entrare madonna
È vero accettare la Madonna è una scelta quindi devo darLe il consenso.

> io ho bisogno di te
Già qui la frase cigola… entri per un bisogno, non per amore, ti accolgo come accolgo il medico, perché ne  ho bisogno, non perché lo amo.

>pulisci il mio cuore con le tue lacrime.
Ma quanta acredine ha nei confronti di Maria chi ha pensato questa frase? Perché la Madonna deve piangere per me? Ma se io invito in casa mia una persona importante, a cui tengo e che amo, non gli chiedo di piangere, ma diventa un momento di festa, gli faccio festa, la omaggio, gli preparo un buon pasto, la onoro. Invece questo chiede di piangere per la sua persona. Profuma di sadismo…

>Benedici la mia casa.
L’unica frase sensata, peccato che prima le ha ordinato di piangere.

>Invialo a 5 persone e riceverai domani un miracolo.
Ecco il consumismo. Da quel che ne deduco dalla frase, a Medjugorie la Madonna ha chiesto di inviare a 5 persone un sms, forse perché è in società con le compagnie telefoniche o chissà per quale altro mistero, e attenzione, poi lei ti concede un miracolo! (ma i miracoli non li fa solo il Padre?) Neppure i papi erano arrivati a tanto, al massimo vendevano indulgenze plenarie. Mi sono chiesto perché la Madonna con solo 5 sms conceda un miracolo… forse anche in Paradiso sono iniziati i saldi?

>Se lo respingi ricorda che ella disse: se mi neghi fra gli uomini ti negherò davanti al padre
Eccoci intrappolati: la Beata Madre di Gesù dal dolce sorriso, in realtà non è tale, ma si avvicina molto a Lara Croft, un essere per niente misericordioso, anzi, vendicativo.

>Tra 4 minuti ti daranno una buona notizia.
È stato questo che mi ha spinto a rispondere, sperando di essere dentro i 4 minuti gli ho dato la buona notizia “devozionismo consumista”, appunto

>Fidati un abbraccio
Un abbraccio da parte di chi? Io mi firmo.

Non cadete in questi tranelli, la fede è ben altro.

Questo episodio me ne ricorda un altro avvenuto qualche anno fa.
Ero per lavoro a Villanova di Portogruaro. Era estate, ma il tempo stava mettendo a brutto.
Guidavo piano per le viuzze del paesino e cercavo la centrale telefonica, erano più di quindici anni che non ci andavo e stavo rispolverando la memoria.
Ero entrato in una viuzza silenziosa, era quella giusta, alla fine c’era la centrale.
Mentre guidavo a passo d’uomo, vidi un ragazzo che suonava i campanelli delle case,  aveva con sè delle immagini doloranti di Gesù e chiedeva alle persone se desideravano, per cinque euro, portarsene una a casa. Questo imbroglione, davanti a gente titubante, si fingeva sgomento che una persona rifiutasse Nostro Signore Gesù Cristo. E vendeva. A una signora anziana che si umiliava di avere solo due euro, lui si dimostrò benevolo e gliela consegnò comunque. Bastardo.
Lo sorpassai e mi fermai davanti alla centrale per terminare alcune operazioni col telefonino. Avevo il finestrino abbassato, anche se stava mettendo a pioggia, l’umidità era tanta.
L’imbroglione, vedendo il finestrino abbassato si piegò e mi chiese:
«Scusi se la disturbo nel suo prezioso lavoro: lei è cattolico?»
«No, sono aspartista»
Interdetto mi domandò:
«E che religione sarebbe?»
«Se mi dai quindici euro te lo spiego!»
Si drizzò offeso e se ne andò.
Quella reazione non l’ho ancora capita: se lui voleva guadagnare con la sua religione, perchè non lo potevo fare anch’io?

Pilates

Sto giungendo al compimento del secondo anno di pilates. Chi se ne frega, diranno i più. E allora mi rivolgo ai meno.

Come sono stati questi due anni?
Faticosi, sicuramente. Interessanti, pure.  Tonificanti, incredibilmente sì, anche per un corpo flaccido e provato dalla malattia come il mio.
Mi ero ridotto all’inattività totale, avevo dato credito all’invito di tenere sempre il bustino ortopedico, di accontentarmi di qualche nuotatina a dorso… insomma mi ero incamminato verso l’atrofizzazione della schiena, devo solo dire grazie al signor Pilates e a coloro che hanno migliorato questo metodo se ne sono uscito.

Lo consigli a tutti coloro che hanno problemi di schiena?
No, assolutamente no, il pilates da solo non basta. Quando avevo deciso di provarlo avevo chiesto un parere a un amico fisioterapista, la risposta è stata «Devi essere molto cauto, devi avere molta attenzione», e chi te la da la giusta cautela, la giusta attenzione? Solo l’insegnante.
Sono stato per lavoro in alcune palestre e ho visto gente che si esercitava seguendo le indicazioni su un foglietto, una tabella di marcia come per i pesi. Evitatelo!
Il pilates è un metodo che richiede molta attenzione su più aspetti: bisogna considerare la respirazione; il baricentro (glutei e addominali); la concentrazione, devi “sentire” l’esercizio; il controllo, bisogna avere attenzione verso tutti i muscoli, basta poco per sbagliare e, peggio, farsi male; fluidità nel movimento (e io mi sento ancora molto foca); la precisione, bisogna avvicinarsi alla perfezione (e io la vedo ancora molto, molto lontana).
Sono aspetti da tenere sempre presenti nell’esercizio, come può un foglietto ricordarteli?
Per cui, tenendo bene a mente il consiglio del mio amico sono entrato in palestra.
L’insegnante, Barbara Bon, mi aveva esteso l’invito che fa a tutti i principianti, tre serate gratuite, se mi piaceva mi iscrivevo, se no arrivederci. Ma io le tre serate non le ho spese a capire se mi piaceva il metodo, ho cercato di capire la sua competenza, avevo bisogno di cautela e attenzione. Sono state le sue piccole attenzioni, rivolte a tutte (devo usare il femminile, i maschi a pilates sono protetti dal WWF), invitava a chi aveva dei problemi di non affrontare certi esercizi o di farlo con piccoli accorgimenti per non andare a ledere le parti dolorose.
Di Barbara ho ammirato subito la competenza, per questo mi sono fidato e ho continuato.
E ho fatto bene.
Anche perché quelle attenzioni che Barbara ricorda a ogni esercizio, ho imparato ad applicarle anche quando lavoro. Se devo fare uno sforzo, tipo sollevare un peso, prima contraggo gli addominali, avvicino le costole e poi agisco.  Inoltre mi sta spuntando una vena masochistica, se devo fare le scale di un condominio stringo i glutei e salgo poi, col fiatone, suono il campanello del cliente e quando apre, si trova davanti un essere ansimante che non riesce a dire una parola per il dolore. Quando mi sveglio spesso faccio degli allungamenti, muovo il bacino, disegno  dei cerchi con le gambe tese e altre stupidaggini. Qualche minuto, giusto per contare i muscoli.

Ma come stai fisicamente?
Bene, mi sento tonificato, con maggior forza, mi pare di avere una postura migliore.

Sì, va bene, ma hai il fisico come Conan il barbaro?
No, c’ho una panza che fa provincia, non ho ancora deciso di mettermi a dieta, anche se so che lo dovrei fare, ma questo è un fatto di volontà e non c’è invito o offesa che ti possono spingere a farlo. È personale.

Intanto a Febbraio inizio il terzo anno di pilates, ben felice di faticare, di sentire i muscoli tremare o di sentirli bruciare.
Per quanto tempo ancora lo farò? Finché ci sarà Barbara credo che mi dovrà sopportare, poi se lei prenderà altre strade, spero di trovare qualcuna al suo pari.

Di lavoro, di prìncipi e di fogne

L’altro giorno l’ufficio che smista i lavori mi dice di andare a Jesolo ad aiutare un collega.
Mentre sono per strada lo chiamo per avere maggiori informazioni. È presso una profumeria, deve portare una nuova linea, ma non riesce a capire il percorso delle tubazioni, in due magari l’arcano si svela. Mi aspetta presso la centrale telefonica. Arrivato, mi dice che è meglio se andiamo con una macchina sola, piazza Marconi, dove si trova la profumeria, è inspiegabilmente caotica.
«Da stamattina davanti al tendone del “Presepio di sabbia” c’è un autobotte dello spurgo pozzi neri, un sacco di vigili e molti curiosi, non so che cosa sia successo!»
Arriviamo presso la piazza. È vero c’è l’autobotte, i vigili e i curiosi, ci facciamo strada lenti lenti tra la folla.
Mi insospettisco perché vedo delle ragazzine radiose che scattano foto verso lo spurgo: perché sono così contente di immortalare l’evento?
A un certo punto tra le teste dei vigili spunta un microfono a giraffa. Un microfono? Osservo con più attenzione finché vedo il motivo della ressa.
Guardo uno dei due operai della ditta di spurgo, è in divisa, ma il portamento e il sorriso non è di chi pulisce le fogne (lo fai perché devi portare a casa i soldi, non perché ti piace), in più insiste a passarsi e ripassarsi le mani tra i capelli, più da latin-lover che da luttamaro. Era il principe Emanuele Filiberto.
Ma che ci stava a fare lì? Aveva accettato di pubblicizzare, anzi, di essere testimonial della ditta di spurgo? Dovevano averlo pagato molto bene.
Poi domenica sera la comica Littizzetto in televisione svela il mistero: il principe condurrà delle trasmissioni dove si impegnerà in lavori che non ha mai fatto.
Peccato.
Mi piaceva di più l’idea di uno spot pubblicitario dove annunciava il suo ingresso in politica.
L’idea della botte di spurgo pozzi neri mi sembrava vincente se accompaganta dallo slogan:
«Italiano, sei nella merda? Te la tolgo io!»

Come gli aurispici

Il Pan e vin, come lo chiamiamo qui, ma bastano una manciata di chilometri e lo chiamano caséra, o panviner, insomma il falò che si accende alla vigilia dell’Epifania, per bruciare “a vecia”, la vecchia, un rito d’addio all’anno trascorso e un’auspicio da interpretare per quello che comincia, a seconda di dove fa il fumo. Perché si brucia la vecchia e non il vecchio, credo, e ripeto credo, prendetelo con le pinze, è per abbinarlo all’idea della befana, che arriva subito dopo che si è bruciato il falò.
Sarà un anno buono, sarà un anno cattivo? Il sottoscritto non lo sa. Conosco due detti  che danno al fuoco il potere divinatorio:
a) Se va a levante, panoce tante; se va a ponente, panoce niente (panoce=pannocchie);
b) Se le fiacole le va a sera (ovest) pien de polenta è la caliera.  Se le fiacole le va a mattina, (est)  ciapa el saco e va a farina. (se le fiamme vanno a sera, pieno di polenta è il paiolo, se le fiamme vanno a mattina, prendi il sacco e vai a farina -ovvero mendica-).
Due saggezze contraddittorie, ma io mi tengo abbarbicato alla prima, che sento vicina al mio spicchio di terra e alla mia manciata di tradizione.
Quindi un anno positivo, in barba ai Maya e al Mercato.
Perché i Maya avevano una capacità divinatoria vicina allo zero, infatti se è vero che prevedevano la fine del mondo nel 2012 D.C. (e chi era per i Maya questo D.C.?), hanno cannato di brutto. Il loro mondo infatti, quello che conoscevano e che pensavano proseguisse, è morto 500 anni fa.
Sul Mercato ho qualche dubbio in più, ma l’orrenda bulimia che lo possiede forse può riversarsi a nostro favore, anche se il banchiere al Governo non fa ben sperare, ma non è il singolo che cambia il mondo, lo sono i processi che interessano la collettività, e credo che in gioco non siano i posti di lavoro, ma la sopravvivenza della specie. Per questo confido in un ribaltamento di abitudini, di parametri, di priorità, che riportino al centro l’uomo e il Creato, ovvero, alla fin fine, il riascolto della Parola (che non significa consegnare alla Chiesa il Potere).

Del leccaculo e dei paladini cagasotto

Antefatto: la mia azienda, di cui non posso dire il nome per ragioni commerciali, ma che inizia per T e finisce con elecom, ha messo a disposizione dei soldi per premiare i lavoratori che raggiungevano alcuni obiettivi; è prassi consolidata presso il settore impiegatizio, recente presso gli operaiacci, a cui ora appartengo. È quella che stanno passando sotto il nome di meritocrazia, che detesto, ma che si sta facendo largo nella mente della gente, sempre più fedele al dio Mercato.

L’azienda presso cui lavoro (non dico la mia azienda, perché non c’è attimo, nel comportamento sostanziale di dirigenti e capi, che la facciano sentire mia, è chiaro che mi considerano un oggetto utile, ma non indispensabile, al loro arricchimento) divorata dall’avidità dei privati (di coloro che sanno fare l’economia, altro che i parassiti del pubblico -questo è stato il pensiero comune che ne ha consentito lo spolpamento-), si trova con un carico di debiti impressionante. E bisogna rientrare, riportare il bilancio in pareggio, meglio se in attivo.
Le stanno pensando tutte, una fra queste, che indigna tanti miei colleghi, è chiedere un pagamento extra ai clienti per le attività non previste contrattualmente. Chi vive in una qualsiasi azienda o la gestisce, direbbe che è una cosa ovvia. E infatti lo è. Ma questo non è vero per tanti miei colleghi, abituati a soprassedere a questa normale regola di mercato, a cui la stessa azienda ha sempre soprasseduto, soprattutto quando viveva in regime di monopolio. Il perché lo capite da soli, senza concorrenti uno fa ciò che gli pare.
Su questa strada la dirigenza ha insistito in modo ossessivo dall’anno scorso, e i risultanti le hanno dato ragione, visto che sono entrati quattromilioni di euro. Da averli a non averli…
A questa direttiva mi sono adattato subito, non per credo, ma perché non voglio che un capo venga a investigare sul mio lavoro. Dei capi ho una nausea totale, meno li vedo, li sento e meglio sto. Fino a che mi richiedono cose che mi sento di compiere, bene, quando supereranno il mio limite, deciderò sul da farsi. Ma li voglio lontani da me, interloquire con loro lo stretto necessario.
L’obiettivo meritocratico, negli ultimi due anni, ha puntato a far pagare ogni extra. Il che significa far pagare ogni richiesta in più durante l’attivazione di una linea (una presa in più, una modifica dell’impianto del cliente, la configurazione del PC, l’installazione di prodotti non concordati ecc…); così come va pagato ogni intervento su guasto quando questo non è imputabile alla linea ma all’impianto o a un prodotto del cliente (avete voluto la liberalizzazione? pagate le conseguenze assieme alla libertà di scelta). Alcuni colleghi si sono rifiutati di applicare questa regola.
Io invece mi sono mosso come richiesto, e aggiungo, perché l’ho messo in chiaro anche davanti al mio responsabile, mi sono riservato, e mi riservo, di non applicarla nei casi in cui mi trovo davanti a casi di povertà o di anziani incapaci di comprendere le nuove regole. Mantenendo fede a questi principi, sono comunque risultato uno di coloro che nell’anno ha prodotto più addebiti (così chiama l’azienda i pagamenti extra). E a fine anno ho ricevuto in busta paga l’elemosina meritocratica (il che mi fa incazzare, elargire premi mentre ci sono colleghi in cassa integrazione lo trovo un abominio).
Due minuti dopo si è scatenata l’indignazione degli esclusi (che si sono autoesclusi, oltretutto) che, da cagasotto, non sono andati a lamentarsi dal dirigente che ha deciso chi premiare e chi no, ma si sono scatenati contro gli stessi premiati o i diretti responsabili che hanno subito, come tutti, le scelte del dirigente.

Mi hanno riversato nobili rimostranze tipo:
a) ho dimostrato scarsa solidarietà verso i colleghi, ovvero, sono stato un leccaculo;
b) ho accettato una logica di divisione tra i colleghi a cui l’Azienda aspira;
c) sono un verme perché ho addebitato costi alle famiglie;

Non voglio giustificarmi, perché non ne vedo il motivo, solo voglio mettere nero su bianco alcune considerazioni ai presunti paladini della giustizia, cavalieri senza macchia, profeti dell’onestà, uomini dalla dignità intonsa quali dicono di essere questi bei signori.

Se io mi sono trovato in situazioni dove le direttive aziendali richiedevano una richiesta extra (che il cliente può accettare o meno) non è stato per chi sa quale alchimia o calcolo, è capitato. E come è capitato a me, è capitato sicuramente a tutti coloro che hanno la mia stessa mansione, non erano eccezioni le mie. Come avevo già preavvertito il responsabile, ho chiuso gli occhi laddove la regola fredda prevedeva l’applicazione dell’addebito ma la situazione contingente mi diceva di evitarlo. Quindi il numero dei casi accaduti è maggiore di quello conteggiatomi. Ne concludo che non sono io a essere un leccaculo, ma sono stati i cavalieri della giustizia ad aver frodato l’Azienda, regalando in giro prestazioni non previste contrattualmente (tanto non erano soldi loro).
È come se fossi dipendente presso un salumiere e mi permettessi di regalare a un cliente un salame. Che atto nobile regalare cose altrui! E secondo voi come reagirebbe il datore di lavoro? Minimo quel salame lo fa pagare a me, che se voglio essere paladino della giustizia lo devo fare a mie spese e non con i soldi degli altri, ma non è da trascurare che mi accompagni alla porta e mi dica di trovare un altro lavoro.

Purtroppo gli imbecilli ammantati di candore, che si ritrovano tra loro a fortificare le loro stupide certezze, a inasprire l’astio verso i colleghi che si rifiutano di essere dei Robin Hood come loro (purtroppo Robin Hood combatteva contro un tiranno, loro invece si permettono di derogare a un regolare contratto siglato tra Azienda e cliente, in nome di non si sa che cosa), non accettano il confronto, come mi è capitato, e davanti all’incapacità di controbbattere alle mie affermazioni mi son sentito dire: «Di’ quello vuoi, io la penso così», ovvero non ho argomenti ma preferisco trastullarmi nella mia stupidità, anzi dopo vado a parlarne con gli altri paladini della giustizia che mi daranno ragione.

Ma così non è, cari paladini. Non siete nel giusto. State rubando, e di brutto. Se siete indignati per le scelte, cari giustizieri, andate ad affrontare il dirigente.
Se siete preoccupati che questi premi (elemosine) dividano i colleghi, siate superiori, come ho ripetuto da sempre. Chi riceve quei soldi li prenda senza ringraziare, non deve sentirsi in obbligo di niente, vengono dati per quello che è stato, non per quello che sarà; chi non li ha ricevuti non si offenda, non si arrabbi (mi arrabbierei solo se prendessero del mio per darlo ad altri -questo è ingiusto, e voi lo state facendo verso l’Azienda per dimostrarvi paladini-). La coesione tra i lavoratori non è in mano a un mediocre dirigente, lo diventa solo se gliela consegnamo. E voi, cari paladini, gliela state consegnando.

Pensateci
Un miserabile venduto strozzafamiglie

Compleanni, sponsorizzazioni e ricordi

Oggi la mia signora entra negli …anta (ma non lo dimostra, nel modo più assoluto) e io mi sono preso una giornata di ferie… per accusare il colpo! (Scherzo, dovevo consumare un paio di giorni di ferie entro l’anno e uno l’ho dedicato al suo compleanno -torte, regali ecc…-).
Assolta l’incombenza mi è rimasto del tempo e sono andato a Jesolo a sponsorizzare il libro.
Spero di organizzare una serata in biblioteca così da raccogliere le persone che mi hanno fatto ricevere il messaggio di gradire una copia del primo libro e, spero, altre. In biblioteca ho incontrato due gradite conoscenze: Lorena, con cui scambiavo il saluto, frequentavo delle sue cugine quando avevo trentacinque chili in meno e i capelli erano tanti e castani, ma non le sono venuto in mente e continuava col rispondere lei al mio tu; l’altra, Cristina, era tra le più carine della mia classe delle medie primarie, quella che collezionava cuori infranti.
Avendo ancora del tempo a disposizione ho deciso di andare a incontrare una donna speciale. Ho suonato al citofono, la voce femminile mi ha chiesto chi ero.
«Alberto Camata».
«Ho chiesto chi è!»
«Alberto Camata».
Niente, ho aspettato un po’ ma il portone non si apriva. Il figlio ha il negozio vicino, caso mai andavo a chiedergli di intercedere. E invece il portone ha fatto “stock” e si è aperto.
Entrato nell’atrio l’ho vista nel pianerottolo.
«Non scenda, salgo io!»
Mi ha accolto col sorriso e la benevolenza delle persone anziane quando sono felici di essere ricordate, e mi ha invitato a entrare in casa sua senza guardare il disordine (che non c’era).
E così la mia maestra mi ha fatto accomodare in salotto, si è detta contenta di vedermi, era meravigliata.
«Vi ricordo tutti come eravate e faccio fatica a riconoscervi oggi, donne e uomini con famiglia!»
È una donna con i suoi acciacchi e le attenzioni a cui si abituano i vecchi per soffrire meno, ma è sempre lei, la mia maestra arrivata da Ghedi, Giuliana Pedercini, sposa, ora vedova, Agostini.
Mi ha chiesto del più e del meno, mi ha raccontato le sue magagne, mi ha ribadito il suo entusiasmo nel leggere “Un nome rubato”, che sono stato capace a farle rivedere il mondo della sua infanzia e giovinezza, dei contadini dai corpi sudati sotto il sole, che si spostavano in bicicletta tenendo la falce su una spalla, la cattiveria fascista…
Mi ha chiesto come avevo fatto a raccontare quelle cose senza averle vissute.
Le ho risposto che erano il frutto delle narrazioni di nonna, degli zii, racconti snobbati in gioventù, apparentenmente; le parole dette ai giovani sembra che vengano rifiutate, in realtà si sedimentano in qualche parte recondita del cuore e si fanno Storia, la propria Storia, tramandata e vissuta da chi ci ha preceduto. Non si perde niente di quello che raccontiamo, la Storia diventa parte viva di coloro che ascoltano.
Anche le sue parole, che dall’alto dei suoi ottantun’anni racconta, non saranno mai parole perse, dimenticate, prima o poi affioreranno, ascoltando una strofa di canzone, recitando un endecasillabo, osservando un quadro, una foto, un fosso. Qualcuno le ricorderà.
Ho provato tanta tenerezza nella sua difficoltà a ritrovare le coordinate per focalizzare chi formava la mia classe. Allora ho cominciato a dire la formazione, nomi che anch’io credevo di avere dimenticato, ma che affioravano, e anch’io rivedevo i volti dei ragazzini che eravamo, incapace di disegnare ai più il volto delle donne e degli uomini che siamo diventati. La maggioranza di loro sono quasi quarant’anni che non li vedo, non saprei riconoscerli. Mentre lei ci teneva a ricordare il lavoro di ognuno, chi avevano sposato, le coppie che si erano formate dentro quella classe, quasi si sentisse ancora responsabile di tutti noi, la mano lunga che non ci ha mai abbandonato, ancora attenta che ognuno sappia svolgere al meglio il proprio compito.
Le ho dato una copia del nuovo libro, mi ha detto che metterà in movimento il figlio maggiore per farmi fare una serata nella più importante biblioteca di San Donà. Ho ringraziato.
Poi un orologio ha suonato le dodici. Mi sono congedato, non senza averle fatto gli auguri di Natale, entrambi contenti di esserci rivisti e salutati, non più come alunno e maestra, ma come due persone che sanno di aver condiviso cinque anni importanti di vita.

 

Di Mestre, dei colleghi, del libro, della credibilità

Oggi sono andato a trovare i colleghi e le colleghe di Mestre (così faccio contento il mio omonimo di Arzergrande che mi ha chiesto di citare l’incontro), con cui ho convissuto e condiviso oneri e onori per nove anni (vissuti male, non grazie a coloro che ho incontrato, ma per l’ambiente drammaticamente ridicolo da far concorrenza a Fantozzi), e al rientro ho accompagnato a casa il buon vecchio Ugo, con cui ho condiviso parecchi anni di lavoro dentro le centrali Telecom, sudori in palestra, pedalate e sciate.
A Mestre ho vissuto veramente male, ero arrivato tra loro nel 1995, in una sede poco lontana dall’attuale, avevo accettato il trasferimento perché l’evoluzione tecnologica richiedeva meno personale all’esercizio e manutenzione delle centrali, e piuttosto di andare in un reparto, sempre a Mestre, cioè a 50 chilometri da casa, dove si facevano i turni 0-24, avevo accettato di essere trasferito in un reparto non operativo, turni base, possibilità di avanzamento di due livelli (attraverso i quali pensavo di pagarmi i costi dell’abbonamento del treno e della benzina per arrivare alla stazione).
L’approccio all’ambiente era stato un incubo, il ragionier Ugo Fantozzi e i suoi superiori mi apparivano in ogni anfratto.
Avevo fatto una cazzata terribile, e non c’era modo di rimediare, se non licenziarsi. Ma avevo famiglia… dovevo mangiarmela, come si dice in gergo.
Ma in quel marasma fantozziano (e insisto a dire fantozziano, perché così l’ho vissuto) ho trovato degli arpigli di umanità. Un’umanità con pregi e difetti, ma esseri vivi, con cui era possibile scambiare una parola, una confidenza senza temere una pugnalata. Sono sopravvissuto a quell’ambiente grazie a loro.
Oggi, dopo aver parcheggiato l’auto davanti a quell’enorme edificio grigio, prese le copie de “I giorni cattivi” che dovevo consegnare, mi sono approssimato all’entrata e, passo dopo passo, il cuore faticava, sentivo i muscoli del viso pesanti, mi pareva quasi di ingobbirmi e mi ripetevo: «Che diamine, sei qui per consegnare copie del tuo libro! Allegria, qui dentro c’è ancora gente che ti apprezza, sei venuto per loro, non per il periodo trascorso!», ma i nove anni vissuti in quel bunker mi hanno segnato, inutile negarlo.
Come spesso capita, quando si scrive in un blog, cioè istintivamente, si rischia di prendere strade diverse da quelle pensate.
E allora tronco qui il momento mestrino, ringraziando di cuore chi ho incontrato e chi no (purtroppo), per andare al tema che voglio toccare.
Rientrando ho accompagnato Ugo a casa, sia per la cortesia che mi ha riservato nel farsi da tramite presso i colleghi del palazzo nello sponsorizzare il libro, sia -e soprattuttto- per l’amicizia.
Parlando del più e del meno mi si è presentata alla mente l’idea che il protagonista de “I giorni cattivi” è una mistura di noi due, non glielo ho detto, che si legga il romanzo, probabilmente in qualche punto si riconoscerà, ma non è lui, non sono io, o meglio non siamo noi ma anche noi, il protagonista nelle intenzioni è il lettore stesso (o lettrice): non credo di essere così diverso dall’umanità che mi circonda.
E mentre la chicchierata si spostava dal mal di schiena al nuoto (suo rimedio), al pilates (mio rimedio e credo stia diventando, malgrado l’angoscia della fatica, una passione), abbiamo parlato inevitabilmente di politica.
Tra affermazioni, indignazioni, richiami e speranze, mi sono soffermato su questo pensiero. Parlavamo dei referendum di quest’estate su acqua e nucleare. Lui mi aveva fatto presente che per la prima volta aveva partecipato a delle manifestazioni, con la consapevolezza di dare una testimonianza più che un apporto alla vittoria finale. E invece i referendum li abbiamo vinti!
Al che mi sono permesso di presentare un pensiero che mi è venuto in mente dopo la vittoria, che mi ero ripromesso di scrivere sul blog, ma «Tanto l’ho farò domani» e siamo arrivati quasi a Natale.
Il pensiero è questo: i referendum sono stati vinti grazie a una maggioranza assoluta. Berlusconi e il PdL erano contrari. Come sempre avevano dalla loro la forza dei media. Il centrosinistra e la sinistra ci hanno sempre spiegato che Berlusconi ha vinto grazie alle televisioni. Conflitto di interesse, quante volte l’abbiamo sentito dire. Però davanti a dei temi cruciali come quelli proposti dal referendum, la maggioranza assoluta del Paese ha detto no. Quando alla guida del centro sinistra c’è stato un democristiano come Prodi, Berlusconi è stato battuto due volte, e Berlusconi possedeva le televisioni anche in quel periodo.
E allora?
Allora mi viene da dire che il conflitto di interesse e il possedere delle televisioni (aiuta il Potere, certo, ma non basta), nulla hanno potuto davanti ai referendum, nulla hanno potuto davanti a Prodi.
Quindi la Sinistra lo deve dire, senza sprecare fiato con allarmi urlati dalla sua stampa e da suoi intellettuali, il problema non sono il possesso delle televisioni, la Sinistra non ha perso per questo, ha perso per mancanza di credibilità. Non riconoscerlo, significa consegnare alle prossime elezioni ancora il Paese alla Destra.
La Sinistra ha bisogno di gente credibile se vuole vincere, non basta il voto contro, serve un programma che sia di Sinistra, facce non ambigue, serve osare, non patteggiare, vivere alla meno peggio, c’è bisogno di un grande sogno e la volontà di raggiungerlo, non fermarsi a venderlo come uno slogan pubblicitario.
Serve scegliere, spiegare senza ambiguità il tipo di mondo che si vuole realizzare, un taglio netto con la continuità, mettere l’essere umano e non il capitale al centro del pensiero politico.

Pugni chiusi

Sono reduce dal concerto del grande Francesco Guccini.
Non l’ho atteso con trepidazione, non ho contato i giorni che mancavano alla serata, non mi sono canticchiato le canzoni nei giorni precedenti, emozioni e riti che mi ricordo osservavo alla vigilia di un concerto.
Ma ci tenevo d’essere presente all’incontro con un dispensatore di emozioni del suo calibro.

Il sentimento che più mi ha pervaso durante il concerto è stata la nostalgia, forse è stato il sentimento comune a tutte le teste incanutite (anche quelle delle tinte celanti delle signore) che erano presenti all’evento.
Non la nostalgia «di quei tempi là», ma per come mi sento cambiato, essere cosciente di aver detto addio al ragazzo che ero, quando “canzone per un’amica”, “il frate”, “incontro” (che, ahime, non ha cantato) si sostituivano al sangue e mi circolavano nelle vene, erano essenze di vita, ora sono una tenera carezza.

E poi lui, rivederlo su un palco per la terza volta a distanza di anni, la prima volta è stato nel 1984, in quel di Bologna (la foto del pubblico in piazza Maggiore a Bologna, che fa da copertina a “fra la via Emilia e il west”, deve aver colto in quei tanti puntini anche la mia testa castana di allora, con trenta chili in meno), poi a metà degli anni ’90 a Bassano e ieri sera a Jesolo, mi ha dato il senso del tempo che passa, altro tema che gli è caro.
Cammina con il passo un po’ stanco degli anziani, ma pur sempre grintoso, capace di dominare la scena, libero di fare e dire quel che gli pare, tanto da presentarsi sul palco e cominciare a raccontare, come se fosse stato davanti a una ristretta cerchia di amici al bar, sciorinare i suoi pensieri senza fretta prima di imbracciare la chitarra e cominciare con “canzone per un’amica”. Credo che sia l’unico cantante a cui il pubblico concede di aprire un concerto raccontando e raccontandosi. E il narrare poi, era diverso, non aveva più la grinta giovanile, ma emanava il calore del focolare, esclusiva dei vecchi, che da un avverbio, un sostantivo, un sospiro, pescano nei loro ricordi e raccontano le loro storie, e mentre lo fanno altre si accavallano e vorrebbero consegnarcele tutte.

Per due ore e mezza ci ha intrattenuto con il piacere di vivere una serata tra amici con lambrusco e salame, ha concluso cantando l’ultima canzone tra le luci del palazzetto che si accendevano, per non lasciare dubbio alcuno che il bis non ci sarebbe stato.
Accalcati davanti al palco i più giovani che urlavano pure loro di non sapere che viso avesse e come si chiamava, con l’onda di braccia alzate e pugni chiusi che scandivano, più del ritmo, la forza delle parole.
Il pugno chiuso, un segno antico che aveva un valore simbolico grandissimo, dentro quella mano chiusa c’era un futuro collettivo tutto da immaginare e da costruire, oggi forse  è solo coreografia, tanti alzavano il destro.

 

Povera Patria

E così ci siamo. Finalmente Berlusconi con tutto il peggio che ha rappresentato (secondo me) o con tutto il meglio (secondo i suoi adulatori), ha detto addio. Eppure non riesco a gioire. Riconosco in lui le doti dell’imprenditore che ha avuto grandi intuizioni, prima tra tutte amicarsi persone poco raccomadabili che gli hanno favorito l’ascesa in attesa dei dividendi. Poi puntare sui business nuovi, che se non avesse foraggiato i politici giusti, glieli avrebbero troncati sul nascere. Ma quando uno ha raggiunto il successo queste cose si dimenticano, rimangono merce per i soliti delatori.

Dovrei essere contento per la vergogna che ho provato ad averlo come guida del Paese. E invece no. Per quanto stronzo sia un amministratore, non lo si cambia nel bel mezzo di un dramma. A meno che non sia pronta un’alternativa, il che è il sale di un Paese democratico. Invece se ne è andato senza un’alternativa politica. Le opposizioni hanno gioito, gli hanno chiesto a più riprese di andarsene, ma hanno dimenticato che il sale della Democrazia accetta la cacciata di un Governo purché ce ne sia uno pronto a soppiantarlo, in questa situazione poi è più che mai doveroso.

E invece no. Si è lasciato tutto in mano a Napolitano, il quale ha avuto il cazziatone dall’Europa, gli hanno dato precise direttive (oggi lo ha chiamato anche Obama, alla faccia del popolo sovrano…) e lui deve applicarle. I barbari sono tornati, hanno invaso il nostro Paese, sono peggio dei predecessori, si riconoscono per appartenere alla Finanza. Ci imporranno un nome: Mario Monti. Ieri, in piena autonomia (mi vien da ridere) il Presidente della Repubblica lo ha nominato Senatore a Vita. Niente Governo tecnico, quindi, il nuovo Governo lo formerà un Senatore della Repubblica. Di porcherie simili ne ho scritte ne “I giorni cattivi”, ma questi mi superano.

Si sta preparando una nuova maggioranza sul nome di Monti (ma in Democrazia non ci si lega su delle finalità, degli obiettivi?), quello che farà poco importa, ma chi lo appoggerà sancirà la nostra abdicazione all’Europa. E allora prepariamoci.

I privilegi il nuovo Governo li cancellerà. Di primo impatto mi dico d’accordo, via i privilegi. Perché io associo a questo termine, gli sfacciati stipendi dei parlamentari, la facilità di evadere le tasse, la possibilità di occupare posti in diversi Consigli di Amministrazione, di essere medico di un ospedale pubblico ma di visitare con parcelle e visite private. Lascio a voi continuare la lista.E allora non si può dire che sì, ben venga, magari prima!

Purtroppo credo che con privilegi si pensi alle pensioni di reversibilità di cui alcune vedove godono; penso al pubblico impiego, posti da 1600-1800 euro, che possono essere tagliati o trasferiti, distruggendo l’unità familiare; penso al lavoro a tempo indeterminato, è possibile un tale privilegio, mentre i giovani non trovano lavoro? E l’Istruzione non dovrebbe avere qualche onere in più, perché deve pagare lo Stato? È un privilegio che va tolto. Vi si sta raggelando il sangue?

Perché lo Stato, attraverso l’INPS, deve pagare le assenze per malattia di un lavoratore dipendente? È un provilegio. Perché tu che possiedi una casa non devi pagare delle gabelle? Monti applicherà quello che vuole l’Europa. A questo punto mi candido pure io a Premier. Un copia e incolla lo so fare benissimo. E mi paro il culo con un buon stipendio. Candidatemi Premier!

Ci sottometteremo a un gioco sadomasochistico dove noi prenderemo le frustate. Comandano gli altri, comanda la Finanza. Quella schifosa, che ha fatto tracollare gli Stati Uniti, quella che ha messo in pericolo le banche e che noi abbiamo pagato per salvare. Perché il Paese sono loro, quelli che hanno e gestiscono il Capitale, e i nostri portafogli sono gli ammortizzatori sociali che li salveranno dal tracollo. Pagheremo tutto, pagheremo caro. Ma così salveremo i Montezemolo, le Mercegaglia, e alle prossime elezioni chiederemo a grande voce che si candidino, perché loro sono la parte sana del Paese, loro non hanno contribuito allo sfacelo. Povera Patria!

 

A messa

Domenica, durante la messa, ho guardato le facce dei presenti. Guardavo don Joshi, non so come cavolo si scrive, un giovane prete venuto dall’immensa India in questo buco di mondo a spiegarci la Parola. È bravo, non ti fa addormentare, fa delle prediche che ti incitano ad agire, ma è sempre bene attento a non trasgredire i dettami dei superiori, neppure lui ti sviscera il rivoluzionario pensiero evangelico. Ma non è di questo che voglio parlare.
Dicevo che mi son messo a guardare le facce dei presenti. Persone che sono diventate il contorno della mia vita e quella dei miei figli.
Soprattutto a motivo dei figli io e la mia signora abbiamo iniziato a interagire con l’umanità che ci vive intorno. È una bella umanità, tutto sommato, che si dedica alla vita della comunità, che cerca di tenere viva la luce dell’aggregazione e del vivere insieme.
Guardavo il coro. Guardavo gli adolescenti. Guardavo gli adulti. E il pensiero della morte si era insinuato in me. È un pensiero non costante, ma si presenta con maggior insistenza, saranno gli anni che passano, sarà l’incredulità di trovarmi a un passo dei cinquant’anni senza rendermi conto di averli, sarà che me ne sento molto meno e mi fa arrabbiare sapere che gli altri me li vedono stampati in faccia mentre non me ne sento più di trenta.
«Non ti vergogni, alla tua età», questo mi sento ripetere, quando mi esprimo in battute, in goliardie che, non so perché a cinquant’anni non si debbono più fare. No, non mi vergogno, e andate a fare in culo.
Il pensiero della morte, dicevo, mi aveva pervaso durante la messa.
E ho provato a immaginarli senza di me, dopo la mia morte.
Don Joshi sarebbe stato ancora lì sull’altare affiancato dai chierichetti; il coro in piedi a intonare i canti, con nuove ragazzine al seguito; alle chitarre facce vecchie con al fianco le nuove a cui avranno trasmesso la tecnica; i parrocchiani, quelli con i loro posti fissi e guai a portarglieli via, e quelli a cui un posto vale l’altro; la mia famiglia.
Che cosa farebbero senza di me? Esattamente le stesse cose.
La mia assenza non avrebbe spostato di un millimetro quella funzione.
E non ho provato sgomento, impotenza, rabbia.
Sono stato pervaso da una grande serenità.
In quel momento ho capito che avrebbero continuato con i soliti gesti perché non sono io che servo a loro, sono loro che servono a me.
Sono io ad avere bisogno del mondo, non è il mondo che ha bisogno di me.
Io, noi, siamo esseri del tutto inutili, vegetiamo, cerchiamo di sopravvivere, la nostra vita, vissuta per noi e solo per noi, è inutile, vuota. Si fa senso solo nel momento in cui vedo un Altro, riconosco la mia diversità, e nella felicità dell’altro trovo la mia felicità: che senso avrebbe altrimenti mettere su famiglia? Solo obbedire alla legge del mantenimento della specie? No, non ci credo, per sottostare a questa legge potrei ingravidare la passante di turno e andarmene indisturbato per la mia strada: il mantenimento della specie sarebbe garantito.
Ma non è il mantenimento della specie che ha il pensiero più importante, sono io, i miei sentimenti, che si possono esprimere solo quando ho di fronte l’Altro. Solo davanti a un Tu posso capire chi sono. Solo avendone cura, posso scoprire la mia persona.
Questo è il bello di essere al mondo: sapere che ci sono gli altri e in loro puoi trovare l’opportunità per conoscerti.